Poesie - Colline

Colline

di Claudio Tortorelli

Orvieto - Arezzo - Firenze

Pubblicato il 1997-1998 - Ultima revisione il 08/12/2020 - Revisione n. 2

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Indice

Quota 1 - Orvieto
Quota 2 - Orvieto
Quota 3 - Orvieto
Quota 4 - Orvieto
Quota 5 - Orvieto
Quota 6 - Arezzo
Quota 7 - Arezzo
Quota 8 - Arezzo - A Marilda - 07/12/1997
Quota 9 - Arezzo - 07/12/1997
Quota 10 - Arezzo - 09/01/1998
Quota 11 - Orvieto
Quota 12 - Orvieto
Quota 13 - Arezzo
Quota 14 - Arezzo - Ore 4,00 Garitta
Quota 15 - Firenze
Quota 16 - Firenze - 13/08/1998
Quota 17 - Congedo - 13/08/1998


Quota 1 - Orvieto

[indice]

Piove dagli anabbaglianti
al selciato lucido e gonfio
a tratti
di tentacoli occulti.
Scende dai platani
nella sera
il penetrante
crisi di memoria
sfuocato passato autunno
acre di fumo e di corteccia
odore.
L'ultima funicolare torna
antibiotica
alla base
e il piede salta
l'acqua che incanalata scorre,
e porta un abito vuoto
alla caserma.
La mia mente nel freddo e nel buio
cerca casa.
Orvieto di sera.

Quota 2 - Orvieto

[indice]

Camerata da dove vieni
e dove andrai.
Siamo due granelli
caduti nello stesso istante
nella clessidra del destino.

Quota 3 - Orvieto

[indice]

Una luce blu
e due occhi pesanti
aperti nel cuore
della notte sul nulla
di quest'istante.
Di guardia stiamo
in silenzio
alle brande vuote
alle brande piene.
Fuori scorre lenta la luna
e non pensi più
che quello che fai serve,
non pensi più.

Quota 4 - Orvieto

[indice]

Gore d'umidità
s'aprono al mio passo
Mosè ridotto
in un bagno
scelgo un luogo dove stare
solo,
ma trovo altri pensieri
dietro le porte.
Solo una chiave cerco
per isolarmi
devo chiudermi
e lasciare morire quello là fuori
robot danzante
già formattato
dalla realtà e dal futuro.
Per sopravvivere
devo uccidere e tagliarmi a metà.

Quota 5 - Orvieto

[indice]

Stacco tenue
dolce filo di luce
dorata
che filtra una foglia
l'essenza d'autunno
illumina gli alberi al tramonto
che tramontano anch'essi
nell'arancio-verde.
Viti ed olivi
campane ed erba
gentile si muove
al vento di caldarroste
di funghi
ribolle il terreno
e la campagna tutta
punta l'ombra dei cipressi
sempre più radi
dove l'occhio spazia
ad est.
E d'ambra s'ammanta la valle
e una casa lontana,
un cane abbaia.
Le scogliere dell'antica urbe
mi sovrastano
mi spingono a voltarmi lontano
finché c'è luce
azzurro limpido.
Così l'occhio copre le distanze
un boschetto di lecci
un sentiero e un pollaio
l'autostrada e i colli dove sparisce
la mente
va oltre,
più lontano fugge via
plana oltre il rosa ondulato e nostalgico dell'orizzonte
via da questi giorni.
Vita persa...
Mi fermo al limitare di un orto
tra le rotondità smeraldo
della necropoli,
gli etruschi e le tante bocche che li hanno ingoiati
in fila
epiche li aspettano.
La luce ancora illumina il tumulo
tufo e muschio
odore di sonno
invincibile silenzio
violato.
Anche la pace di un tramonto finisce
dolce
una foglia rotola dentro ai giacigli vuoti
e disfatti.
Cambia il colore dei pioppi in lontananza.
E uno spiffero freddo gela
la Sicurezza eterna.
Mi scende nel colletto
una lama si insinua
alzo gli occhi nel nero
annuso l'inganno della sera
e dell'inverno,
tradimento
giuda autunnale
re Mida che tocchi il cibo
di uomini poveri e senza denti.
Perché si domanda
perché nulla è quello che è
perché la mia vita appare accidentata
solo quando una luce la illumina male,
mi ferisco i piedi e mi divincolo dentro
poi mi volto e non vedo più sassi...
allucinazioni
sconvolgono la verità
allucinazioni
mi impediscono di rassegnarmi
allucinazioni
mi legano al domani.

La Natura o il destino
non promettono
così non mantengono.
Non illudono
offrono oceani di acqua sporca
per i sazi
limpida per gli assetati.
E solo la stessa acqua.

Quota 6 - Arezzo

[indice]

Uno squarcio sul muro
un occhio pesto
umido
squallore interminabile
prigione soffocante dei sensi
delle intuizioni del vivere comune,
scorre un tempo prezioso
lavato via
per bagni e camerate vuote
brande scarne e senza memoria
volti vitrei e freddi
si muovono come fumo nell'aria
inerti e lontani.
Qui si spreca l'inconservabile
il mattino siamese alla sera
il giorno è spento dalla monotonia
azioni insensate
e muore senza lasciar braci
ma solo polvere e cenere
da soffiar via.

Quota 7 - Arezzo

[indice]

Mia scelta o mio destino
l'essere anonimo
senza l'infamia, non meritevole di lode
mai compiutamente vincente e neppure
costretto da cause remote
alla dolorosa, purificatrice, eletta
sconfitta,
vanto e gloria di chi si deve rialzare
dignità
di chi lotta e ha lottato
domani.
Il folle egoismo mi stringe e mi frusta
verso scogliere d'invidia
chi ride e piange più di me.
Eterno rimpianto
di essere l'incompleto
di essere potuto essere
e invece sono solamente
io.
Pazzo ancora fremo all'idea
di rimanere appiccicato all'unto della mia condizione
quando c'è chi, lontano
patisce privazioni ed esperienze
a me ormai negate.
Si fregia il basco
di intima gloriosa tradizione.
Incontentabile insopportabile resto a luci spente
in una camerata vuota
niente da vivere, nulla da ricordare
da fare
casco nell'apatia atrofizzante
mentre le tante scuse con cui si cannoneggiano
volontà e destino
precipitano incrinandosi ai miei piedi.
Non ho bocca che abbia voglia di lamentarsi
né orecchie disposte a prestarle attenzione.
Rimane tutto dentro me
raccolto in un istante
perché nessuno giustifica
un'altra malsana allucinazione
tormento offensivo per il comune buon senso.
In questa guerra i morti si seppelliscono vivi.
Tanti militi ignoti
i miei giorni.

Quota 8 - Arezzo - A Marilda - 07/12/1997

[indice]

Immagina.
Cammini in una selva
tempo di nubi e fumi di ombre
guazzando ungono i rami
le foglie
tappeto agonizzante scivolano l'una sull'altra
si uniscono anonimamente belle
solo nell'insieme.
Ha smesso di piovere,
esposta ai venti che limano i monti
sei avvolta.
Con cura eviti l'acqua
le pozze terracee e il fango ghiacciato,
scansi quello che ti fa stare male
conservi un po' di calore che ti conforta.
Un passo sulla destra, avanti, sopra il sasso
a sinistra, ancora avanti,
Avanti, il più lontano, il meglio possibile
asciutti, puliti, sani.
Un percorso.
Ma d'improvviso un colpo
sulla spalla una goccia
due
il gelo sulle membra
il caso ha colpito.
La gola gonfia ostacola l'aria
una febbre corrode i tuoi occhi,
rallenti il passo.
A cosa è valso studiare il percorso
calibrare passo e respiro?
Il freddo temuto
piovuto dall'alto
ti ha fermato
ti aspettava da prima
della tua partenza, della tua nascita
su un ramo,
per portare freddo e debolezza,
per renderti impotente e non hai colpa
e nessuno è responsabile.
Però adesso non cammini più
gli occhi lacrimano
e il vento continua a scorrenti addosso.
Più piccola ogni giorno
vedi chi ha tanto calore
sorpassarti
indenne tra i rami ciechi
che ti hanno accecato.
Fredda e languida si abbatte la pioggia
su tutti quanti
ma tu sei ancora nel bosco
senza colpa.
E la dea del bosco
adesso sei tu
colei che conosce la fame e il freddo
quella che ha perso la voglia di crescere
e cresce di nascosto
tra rami e fronde, senza più tetto
si aggira e scruta dal bosco
con grande tristezza, immensa rassegnazione, suprema dignità
chi è già al di fuori.
Intanto sull'albero che ti ha colpita
un fulmine di rabbia
perché non ha merito e non ha colpa
nessuno.
Ma tu sei già lontana.
Forse un giorno anche lei uscirà.

Quota 9 - Arezzo - 07/12/1997

[indice]

Tanti fascicoli
rilegati con cura
tanti capitoli e fogli volanti
uno sopra l'altro
la polvere copre lentamente anche l'ultimo
ancora da chiudere.
Una collezione mai completa
un ordine provvisorio
senza cataloghi
né indici
da cui pescare con sicurezza.
Resiste al tempo la copertina
si logorano le pagine interne.
Lo spazio è alle volte riempito
dal vuoto.
Quel vuoto è parte di me.

Quota 10 - Arezzo - 09/01/1998

[indice]

La sera dopo cena
i miei passi cadenzati
la nebbia e l'umidità
un parco dimenticato
di notte
un sottopassaggio
segreto e riservato
nelle sue luci sporche
a pochi costretti.
Si pensa anche per non pensare.
Ma si cade
nel gioco del se.
Se fossi
se fosse accaduto
sarei...
... solo una goccia
caduta in una scatola
colma di sabbia,
s'insinua tra mille granelli,
trova infinite strade
obbligate forse
o bivi oppure
dove proseguire
la sua corsa verso il basso
il fondo invisibile.
Quante combinazioni!
La volontà per i deboli
e il destino per i forti
portano all'inesorabile
evaporazione.
E si risale...

Quota 11 - Orvieto

[indice]

La bocca ha labbra secche
da troppo tempo non vi passa l'umida passione
di una parola
e la lingua si dibatte
cieca d'angoscia
come l'anguilla nel catino.

Sto viaggiando e non so se tornerò
se veramente sono partito
con chi tornerò.
Ma ogni momento la sabbia scorre
sul mio viso
allargando le crepe
erodendo
smagliando il tessuto celeste
che avevo addosso.

Quota 12 - Orvieto

[indice]

Rame sull'albero
e sulla strada le scaglie
del medesimo metallo
saltano turbinando al vento
del mio lesto passaggio
che non le coglie.
Il cielo è d'argento
e di piombo a tratti
e si appoggia pesante
sui colli invernali
orlanti la vallata aperta
bronzea di terra.
Piove mercurio sul parabrezza
e l'erba e il grano ne assaggiano
ne muoiono gli sterpi e le macchie.
Dal ponte di pietra
sul fiume d'acciaio
scorgo una barca di legno.
Attende la piena.

Quota 13 - Arezzo

[indice]

Stanze vuote
entro ed esco
passivo.
Gocce rugginose
macchiano
e la polvere
ricopre i letti, le sedie, gli armadi metallici
uno specchio che non riflette,
io.
Caos dello squallore
un'arancia marcia
un vetro rotto,
mozziconi di sigaretta,
io.
Abbandono e fuga
scempio di cuori
monotona fotocopia bianca e nera,
io.
Io sono gli altri.
Nulla di male, in quello che accade,
nulla di duro, niente di tragico.
Nulla.
Soffia aria, entra luce
anche qui dentro,
ma non emozione e sogno.
Provassi malinconia, sentissi l'amore,
nascesse un dolore
quale buona nuova sarebbe!
Invece solo
stanze vuote
entro ed esco passivo.

Si soffoca, si brucia senza clamore
come candele ci si consuma
sempre uguali a vista d'occhio
sempre più piccoli.
Sono Caino
perché ho strozzato Abele.
Ma dove fu odio, necessità, paura e gelosia,
qui v'è soprattutto noia.
Ho ucciso me stesso anche oggi
e questa tenia ha bevuto un altro giorno,
dei miei.
Nessuna esistenza non si sbriciola
ma qualche volta ci frana addosso un muro
e ci accorgiamo del danno
che non abbiamo tempo di restaurare,
non si può.
E la pioggia così dilava
leviga le rovine,
stacca infine ogni intonaco.
Ed io mi sento veramente impotente di fronte a ciò.
E divengo sempre più vuoto
divengo cieco.

Quota 14 - Arezzo - Ore 4,00 Garitta

[indice]

Due chiome si fronteggiano schematicamente
nello stile proprio delle caserme
alberi e muri
dipingono il mondo al di qua.
I fili elettrici volano
sullo spazio di cielo rosso
che scorgo dal vetro
sporco di sonno
della Garitta.
E un neon bianco
glaciale illumina una porzione di sogno
sonnambolico.
Chimere popolano la notte fredda
di un febbraio morto
sagome come ombre si proiettano per qualche momento
contro le pareti.
Ed uccelli
urlano
passando, colorandosi d'acciaio, e sparendo
l'unico sinistro e lontano
messaggio di vita
imminente.
E la normalità scompare
il computo del tempo
finalmente dilatato
per consentirmi di accorgermi
della mia esistenza
uccide per paradosso la mia anima giovane
che invecchia e matura senza rendersene conto
nutrendosi di un cibo denso
insapore e incolore
sopravvive ibernandosi.
Il tempo troppo vissuto è perso?

Quota 15 - Firenze

[indice]

Conosco la notte, e il freddo meccanico
metallico del buio.
Conosco l'addio, che ognuno impara
a dimenticare
alla fine del giorno.
E l'addio che viene e ti prende.
Come ti prendono i treni
che trasportano singhiozzando
e strisciando lenti.
I treni alla partenza,
che ti lasciano vedere cosa fugge
allo sguardo stanco di fuggire,
amando ogni dettaglio che si perde
non li puoi fermare.
E corrono nel sentiero di nessuno
non lasciano tracce
non ti lasciano tempo.
Si fermano quando sanno
che non vuoi più scendere.
I treni ti prendono.

Quota 16 - Firenze - 13/08/1998

[indice]

Fresco risveglio
Rinascere è bello
Ogni giorno.
Nel sonno oppresso dalla calda cappa
Non sarò ormai più
Come non tornerò.
Qualcuno si è perso nel limbo di questa bolla
Chiusa ed esplosa.
La grata filtra il giallo e l'azzurro
I colori che immaginavo
Di notte
Al freddo.
Sono qui da solo
Per un giorno qualunque.
Il cortile interno
È schivo agli sguardi e ai ricordi
E con me rende le armi
All'Alba.

Quota 17 - Congedo - 13/08/1998

[indice]

Alle spalle ho il pianeta
Il suo lento ruotare
E' solo ricordo.
Sulle spalle
La stella che brucia
Una dopo l'altra
Le emozioni e la frenesia.
Il viaggio è iniziato
E già sta finendo,
ma nel deserto non si distinguono strade.
Attendo
La mia astronave rovente è lenta
Cresciuto in qualcosa
atrofizzato
Torno.
Rovente dondola
Rallenta e riprende
Mi rapisce e mi libera
Ogni tanto.
La polvere neutralizza il verde
E di acqua non se ne trova
E la pietra è spazzata
E il cielo è bianco di luce.
In mare non si trovano vie.
Così immaginavo il ritorno
Quando ad un tratto
Ero a casa.