Poesie - Saione addio

Saione addio

di Claudio Tortorelli

Arezzo

Pubblicato il 1997 - Ultima revisione il 08/12/2020 - Revisione n. 2

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Indice

Sconfitta - 07/05/1997
03/05/1997 - 03/05/1997
Arezzo, la Pieve - 27/04/1997
Letto - 26/04/1997
Tupakamaru - 18/04/1997
Salto - 13/04/1997
Tulipani - 06/04/1997
Garbasso - 30/03/1997
GRAFFI - 09/03/1997 - 30/03/1997
   Prima
   Salisburgo
   Campagna praghese
   Motel
   Praga la notte
   Skoda
   Ritorno


Sconfitta - 07/05/1997

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Brucia
nei polpacci e negli occhi
arde
tra denti stretti
morde
il respiro
chiuse
le mani.
(un calcio nell'aria)
Scema
nelle spalle, giù per il collo
crolla
basso sui piedi, lo sguardo
che si apre
come le mani
sporche di fango
le guance
ancora contratte.
Tra i capelli
scompigliati
acqua e sale.
A casa.

03/05/1997 - 03/05/1997

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Il Marciapiede è sempre più stretto
e le macchine passano
fredde
anche in questo pomeriggio rosa-ambra
tendente al malinconico,
come sto muro
come il pisciacane giallo
sotto il semaforo
come il lampione
sopra la cabina,
....o le mattonelle saltate,
chi le avrà fissate?
Anche la malinconia
ha una casa in città,
e paga l'affitto
per dimorare nel cuore,
la tassa per trasferirsi
dalla materia all'astratto della mente.
Rimani pure e continuiamo la passeggiata.
Al Duomo vecchio o S.Francesco
sotto i portici o per Borg'Unto
aleggio
fantasma pomeridiano
che vive
di rimbalzi di sensazione
nutrendosi di odori e profumi
di donne sconosciute.
Occhi e bocca formano un cerchio
quando il naso respira malinconia.
Poi il sipario si chiude
mentre la trama
evapora.
E da solo scendo le scale.
Metto un piede in una pozza
tra un po' asciutta:
l'acqua terrosa torna ad adeguarsi
all'immagine di un vecchio amico.

Arezzo, la Pieve - 27/04/1997

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Sul tetto,
basso quadrato,
spunta una breve sciabola
di ferro rugginoso
domina incontrastata
la sua nobile solitudine.
Quanti astri sopra la testa
sono ruotati di giorno e di notte
d'estate e inverno
sempre ignorata.
Due monti, quattro valli, una città
di là si vedono mutare pigmento
pulsare di vita e di morte.
Vedere i tetti dove vivono gli uccelli,
essere più lontani da terra
più vicini ai cieli azzurri di Aprile,
a quelli rossi di Luglio
a quelli argento-notte di Ottobre.
Da secoli.
Poco più giù
pietre serene
allegre al sole
malinconiche alla pioggia
scivolano
sempre più in basso,
arrotolandosi, aggrappandosi a colonne sempre diverse,
tutte uguali nel giallo dei lampioni.
Appoggio l'orecchio al portone
e ascolto
un'eco sempre più lontana,
la mano corre lungo le crepe delle pareti,
zuppe di vernice, storia e piscio.
Un cane abbassa la zampa e svolta l'angolo...

Letto - 26/04/1997

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Mattina
luce gialla rosa dalle tende
filtra il cielo sereno
ancora non caldo.
Caldo è invece il mio letto,
rampa di lancio
allestita ogni sera.
La sera, quando il corpo
cede controvoglia ad una necessità
apparentemente inutile.
Ma sono inutili tutti i graffi,
le smorfie, le carezze
che ruotano la notte
sopra il tempio di Morfeo?
A cosa serve morire e rinascere
altrove
e morire ancora
se non a placare la sete dell'ordine del disordine
dell'umana onnipotenza e del divino sentimento?
L'inganno del sogno
mi salva dal nero dei miei pensieri
dalla coscienza notturna
già immersa nella luce amica e tonica
della mattina.

Tupakamaru - 18/04/1997

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Sulle dita di una mano aperta
saltano in 15,
evitando con cura
un palmo arido o umido, sporco,
una linea della vita troppo breve,
una fortuna consumata.
Saltano sulle dita
per sfuggire al palmo
freddo e appiccicoso,
dove la morte li attende lenti,
dove a morire si va in tanti.
Ma si muore anche cadendo
dal palmo, tra le dita,
che ti vogliono afferrare.

Salto - 13/04/1997

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Ti lascio.
La mano
colpita ricade all'indietro,
la bocca
si chiude: è finito l'affanno.
Si spegne....
oro placcato sui monti
dove sei nata
muore il giorno
ti accompagna lontano.

Tulipani - 06/04/1997

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Dieci giorni
per sentire nell'aria l'olezzo di vita
che sboccia
dieci volte al mattino,
se ne chiudono 11 alla sera
di tramonti.
Cielo d'Aprile non mi lasciare
sotto un velo opaco
fine ricamo
e pesante coltrone
di tutti i miei momenti buttati
al tuo vento
troppo troppo veloce
per inseguirlo.
Mi sta scippando la giovinezza
le unghie sono ormai consumate
e perdo
ovunque
un po' di me,
e perdo.
Sono un perdente
che costruisce la sua sconfitta
con coscienza,
per soffrire e rendersi bene conto
del proprio misero stato.
O sono un qualunque
computer da riformattare:
virus d'adolescenza.
Grazie del pensiero comunque
voi tutti che avete popolato il mio cuore.
Ma affondo
e perdo una partita che non ho voluto
vincere.
Resto a guardare lo specchio
in cui si è incisa
impressa la mia anima,
malinconicamente tormentata
e aspetto
i primi papaveri.
Dei vostri colori tocco
un'ultima volta
l'essenza della mia infanzia.

Garbasso - 30/03/1997

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Su quel letto chi avrà respirato prima?
Di quei respiri è unto il soffitto
bianco
che fissi oltre.
Lamenti
che infrangono il proprio pudore,
incosciente dolore.
Il materasso sibila un duetto
con l'acqua dell'ossigeno
che ribolle
e la flebo scende
piano
in un braccio morto e floscio,
o in un piede.
Passa la barella
cigolante
dell'ultimo viaggio
urla
al letto accanto
la pena
e le porte e i muri,
è caduto l'intonaco,
l'illusione di bellezza
di vita, di splendore,
rimane il Garbasso
ultima stanza
dove osservare un'anima cara crepare,
un lampione rugginoso
nel freddo della notte alberata
si spegne.
Ma è la notte di Pasqua
vigilia del sole, del cielo limpido
di Marzo,
dell'odore di pollo
che per le strade sconfigge i gas di scarico,
delle benedizioni dalla Tv,
della messa solenne,
dei bambini che si agitano.
La Pasqua.

GRAFFI - 09/03/1997 - 30/03/1997

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Prima

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E' questo l'attimo!
In cui tutto può ancora essere contenuto
perché è vago
il futuro.
La vigilia è un magico forziere
per la fantasia non ancora mortificata
e mi tuffo, mentre tutto s'allontana
in viaggi lunghissimi.
E così ogni attimo
sarà un viaggio
mentre il Viaggio diventerà saturo
di memoria.
Quante ore avrò da vivere
non importa
se saprò dividere il tempo infinito
in tanti piccoli viaggi
non partirò mai.

Salisburgo

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La prima sera
è sempre l'ultima del sogno
spremuto e succhiato
permane un sapore
quando il succo è ingoiato
e affascina nel profondo
la realtà dell'aroma
che lascia l'alone
del caldo ricordo
sulla fredda memoria
domani.
La notte sottobraccio sul ponte
sul fiume della speranza
troppo basso per arrischiarsi al tuffo
ma così forte, finché la neve si scioglie.
Domani sarò ancora giovane.
E le risa e l'avventura
demoliscono l'ombra di casa mia
lontana,
mentre le note qui sono vicine nello spazio
che ancora si sentono,
dietro i pesanti mattoni
che intrappolano gioia e abbandono.

Campagna praghese

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Onde e altre onde
da lontano l'eco
delle Alpi non si sente
nella bonaccia.
Il fosso rasato
appare e scompare
come le rade misere case
dietro l'alone del mio respiro
intermittente sul vetro.
Lontano mi sento un punto.
Campi e ciuffi di boschi
filtrano l'aria di est
mentre un bambino chissà
chi è, cosa sarà
torna a casa
quale casa
un'altra casa
un po' smurata.
E i dettagli vicini
sfumano all'occhio
mentre scivolano dalla cresta del colle
al passato recente, a quello remoto, al nulla.
E i dettagli lontani
invece lo stesso
appiccicano la mente a collose riflessioni
perse.
E nel mezzo c'è solo
la campagna di Praga
l'ondulata, placida, attesa.

Motel

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Neon freddo e umido
nella notte ti immagino
acceso anche quando non ci sono
non ti penso, a illuminare
invitare qualcuno nelle due stanze
di legno e di vetro
sorde al grido della freschezza
che passa continua in strada
e passive
e vecchie
alla vita delle persone
quante e strane persone
che si affacciano diverse nell'occhio
uguali nell'ombra
che attacchi alla parete.
Fuggono via.

Praga la notte

[indice]

Praga la notte
non la conosco
se non nel volto duro
che mostra ai turisti distratti
illusi di leggere un suo rilassato sorriso
sotto i lampioni.
Passaggio sul ponte
lento e sospeso sul sogno
che scorre
in un luogo diverso.
Le case, le statue, i bastioni
me stesso
giù sul fiume
ondeggia confusamente
al passare della chiatta.
Giovani ubriachi di che,
vanno cantando e ridendo
di una fumosa incoscienza
innocenza.
Un tram
scende un vecchio
chiude le porte e se ne va,
quando un violinista assonnato
conta gli spiccioli nel cappello.
Un ragazzo
di spalle dipinge
un'altra nottata di nero.
Dove la trovo
ne accusa l'anima.
E' una città diversa
una vita diversa
così lontana così vicina
di notte.

Skoda

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Di ogni chiazza
leggi un evento
colorato ricordo
sulla carrozzeria
vecchia, superata, resistente
automobile
arlecchini daltonici
fumano e tossiscono
come i padroni dagli occhi asciutti
come il tempo
cielo passato da lontano nuvola
e va avanti
con poca benzina.

Ritorno

[indice]

Quanto si perde
nell'intestino del tempo
di un lampo di vita
che ti acceca
da non vedere più
quegli splendidi particolari vissuti
quei nomi
quei luoghi
che sono stati presenti con te
sull'atto X della commedia.
Ritorno nello stanco viaggio di un pullman
nella malinconica notte
che è inevitabilmente l'ultima
di queste
chiaramente solo un ricordo.
Ritorno con le tasche piene di frammenti
di un'esperienza strana
claustrofobicamente unica;
e le tasche bucate seminano e perdono.
Ritorno con speranze in cui si credeva
per noia dimenticate
stanco.
Ritorno e la droga circola
ad ampie boccate
il neon verde, rossi e bianchi fanali
colori della penombra,
del dormiveglia della coscienza
strozzata,
cianotica guarda
sempre più spenta
volti luoghi sentimenti,
lontani
perdersi
nel reticolo spazio-tempo.
Tela del ragno Normalità.