Democrazia e futuro

Il futuro della democrazia

Domanda al prof. Piergiorgio Odifreddi

di Claudio Tortorelli

Arezzo

Pubblicato il Marzo 2019 - Ultima revisione il 08/12/2020 - Revisione n. 13

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Abstract

Domanda mai posta al prof. Odifreddi durante l'incontro presso il Rotary di Latina, nel marzo 2019

Introduzione

Il testo seguente era stato preparato in vista della conferenza tenuta nel marzo 2019 dal prof. Piergiorgio Odifreddi sul tema "La democrazia non esiste" presso il Rotary di Latina. Purtroppo a tale incontro non ho avuto modo di partecipare e quindi la domanda non è mai stata posta. Probabilmente non l'avrei fatta neanche fossi stato li, vista l'ampiezza del tema e la scarsità di tempo a disposizione. Nella conferenza, di cui ho comunque la registrazione, Odifreddi riporta con l'eloquenza che lo contraddistingue, tutta una serie di argomentazioni matematiche che smontano la comune percezione del sistema democratico. Dal sistema elettorale al principio di maggioranza, la democrazia (è matematicamente dimostrato ma poco noto) è ben lungi dall'essere il sistema "buono e puro" che si tende a credere. Benché sia probabilmente uno dei migliori, non va inteso come un dogma perfetto. La mia domanda è forse poco pertinente e non entra precisamente nel merito dell'esistenza della democrazia: assumendo che sia il sistema ereditato dall'Illuminismo settecentesco, si rivolge al futuro domandando quanto e se rimarrà in uso. Ovvero se la sua evoluzione storica sia sostanzialmente terminata e si stia avviando un'involuzione, a causa di quegli strumenti che paradossalmente sono nati per rendere l'organizzazione e la comunicazione efficiente e capillare. Odifreddi non ha la sfera di cristallo ma in virtù dei suoi studi probabilmente avrebbe potuto fornire un'opinione interessante in merito.


La domanda

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Quando si parla di sistema democratico, vengono subito citati il suffragio universale, la rappresentanza, la libertà d'opinione. Di seguito vado invece ad analizzare il rapporto tra democrazia e potere, proiettandolo nel prossimo futuro.

Pensando alla ripartizione del potere (in senso generale) la democrazia tende a distribuirlo orizzontalmente tra gli elementi della società. Un modo razionale di quantificare questo potere potrebbe consistere nel tradurlo in "utilità". La democrazia allora diventa un sistema che, riconoscendo una certa utilità ad ogni singolo cittadino, gli attribuisce facoltà di esprimersi e decidere per sé e con gli altri. Più cresce l'utilità (economica, culturale, militare, ecc.) dei cittadini, più cresce quindi il potere della società democratica intera. In quest'ottica si giustificano i tentativi, più o meno sistematici, di sottrarre la massa ad una storica condizione di ignoranza, accrescendone l'utilità. La scuola pubblica, le università, i nuovi sistemi di comunicazione e archiviazione delle informazioni, hanno innescato un circolo virtuoso in cui sempre più persone promosse culturalmente alimentavano il processo di crescita di cui facevano parte. Questo, con alti e bassi, è stato il percorso umanistico cominciato nel Rinascimento e culminato nell'Illuminismo.

Negli ultimi decenni la società occidentale è stata sottoposta ad un'accelerazione tecnologica che, mescolandosi con criteri di convenienza economica, ha di fatto trasformato in "ozioso" il precedente circolo virtuoso. L'iper-semplificazione viene elevata a mantra consumistico che banalizza l'apprendimento e appiattisce l'iniziativa personale, adagiando ora il cittadino su un letto di soporifera dipendenza. A tendere verranno premiate le soluzioni tecnologiche sempre più semplici, di cui gli utenti saranno poco o nulla coscienti e consapevoli, perché passivamente abituati ad essere soddisfatti a prescindere dal loro reale livello di istruzione, che di conseguenza non potrà più crescere. Mentre cresceranno per effetto della domanda l'efficienza e la pervasività di tecnologie come l'intelligenza artificiale (IA) e la robotica, che sono potenzialmente in competizione con l'uomo nelle sue specifiche facoltà.

Se la tecnologia non assumerà più solo il ruolo di strumento subalterno, il singolo cittadino con la sua (probabilmente scarsa) competenza non potrà competere con un'esperienza massiva e distribuita. C'è quindi da chiedersi quanti mestieri richiederanno ancora la creatività umana e tra questi quanti saranno ancora economicamente sostenibili. L'impatto sulla società e sulla democrazia, per come le conosciamo ora, potrebbe essere epocale.

Stanti queste considerazioni, la domanda che infine pongo è: saranno ancora possibili forme di governo democratiche, o torneremo a qualche tipo di aristocrazia che potrà permettersi di trascurare il destino di masse a cui nessuna utilità (quindi diritto di voto) è riconosciuta?