Poesie - Nati di sera

Nati di sera

di Claudio Tortorelli

Arezzo

Pubblicato il 1999 - Ultima revisione il 08/12/2020 - Revisione n. 2

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Indice

Testamento - 26/12/1999
Irlanda - 1999
Nonni e nipoti - 06/12/1999
Novembre 1971, periferia di Milano, Nuvoloso, Uscendo da un portone - 12/12/1999
16/10/1999 - 16/10/1999
Pensiero - 03/10/1999
Qwerty - 22/09/1999
Pensiero da una cena di classe - 17/09/1999
Medusa - 15/09/1999
Gioco di specchi - 14/09/1999
Giano - 26/08/1999
Disquisizioni moderne e poetiche in apparenza - 25/08/1999
Dissoluzione - 25/08/1999
Don Chisciotte - 05/06/1999
Alla Luna - 12/06/1999
Mary Celeste - 01/06/1999
Giustificazioni futuribili - 27/04/1999
I Binari di Atlantide - 10/04/1999
Marzo Ipertestuale - 20/03/1999
Metamorfosi subcosciente di una macchina - 12/03/1999
A.D. 6999 - 04/03/1999
Chiamate ricorsive - 28/02/1999
Le ragioni della guerra - 26/02/1999
Proprietà invariante - 20/02/1999
Azzurri feticci - 18/02/1999
Scatole cinesi - 16/02/1999


Come un racconto, il suo momento.

Come un uomo, lo stato di coscienza e il suo tempo.

Fu un giorno, che si accorse di essere nato. E lo capì, guardando un foglio, anzi una fotocopia, verso le nove la mattina. Si nasce senza cerimonie, e la nascita è l'unico momento in cui ci si sente neutri, imparziali e liberi. Alzò lo sguardo, alla finestra ancora appannata, e fuori era Gennaio. Nella faccia, nel suo corpo nulla era cambiato. Solo lo sguardo ne tradiva la coscienza. Così si sollevò dalla seggiola e prese in mano qualcosa che neppure avvertì, si avvicinò a quell'oblò, e vide il sole, riflesso limpido sulla parete bianca e compatta della casa di fronte. Allora voltandosi, principiò a pensare, e pensando uscì di casa, in sella alla sua bicicletta da corsa. La sua vecchia bici: era uno degli oggetti a cui lui tributava il massimo rispetto, una delle poche cose che gli erano rimaste dell'adolescenza, e che durante tutto quel periodo, e specialmente dopo, gli erano rimaste al fianco. A bordo del proprio cavallo, onesto, l'animale meccanico che dava ciò che riceveva, continuò a pensare. A dispetto del sole, l'aria fredda, non era da pre-primavera, e il passaggio luce ombra, di palazzo in palazzo, era fisicamente singolare. Non ci fece troppo caso. Svoltò dalla via principale, fino all'incrocio che percorreva per andare a scuola, poi su per la salita, accanto il vecchio ospedale, (dove era nato) che adesso volgeva al disuso, infine prese il viottolo, uno dei tanti che immetteva nel parco. Quel luogo era fatto per sognare. Da bambini, da ragazzi, da adulti. Ecco, non un metro di terra senza un sasso, una buca un dosso, erba nel prato, alberi metà spogli, la villa merlata in cima alla collina. Erano pochi ettari, eppure, conoscerne ogni segreto era pressoché impossibile. Pattugliando le stradine della memoria, pedalò lungo i ricordi, e quanti ne associò a ciò che vedeva! Ma tutto questo era solo il background. In realtà, lui si sentiva solo, tremendamente. E tutto quello che gli veniva incontro nella mente, mostrava i due volti della tenerezza del passato, e della paura, della malinconia. L'uomo si divide, la sua specie è davvero divisa in razze: i perdenti e coloro che non si ritengono tali. Amara fu la sua riflessione e la pedalata seguiva il ritmo della sua mente, alternando energia e mollezza, stanchezza. Si arrestò dopo qualche giro del parco, ad osservare dalla bassa collina la città, che sfumava presto in periferia e nella campagna. Era un perdente. Quando si accorse di questa condizione, nulla più gli sembrò tale e quale a prima: la scuola, la famiglia, il futuro e i ricordi, gli ideali obiettivi, l'amore. Assunse un tono di spirito alquanto insolito, sprofondò nel silenzio oscuro e al contempo vide la luce della consapevolezza. Con tale umore si apprestò a dedurre, cosa che usualmente non faceva mai senza che prima avesse in modo ufficiale trovato un bandolo iniziale molto serio, e ai suoi occhi profondo, da cui partire. Essere perdente cosa vuol dire? La risposta gli sovvenne con una semplicità allarmante: vuol dire essere normali, ovvero risultare nella realtà molto al di sotto di quello che si sarebbe dovuto essere nella fantasia. Questo era il destino dei più, pensò. Ma gli parve impossibile fare parte dei più, rinunciare a quel destino di poetica immortalità che si era tante volte figurato. Esiste un periodo nella vita che si fanno ipotesi sul proprio futuro, e non si rinuncia a nulla: quel periodo è l'infanzia. Questo è seguito dal più breve periodo in cui una dopo l'altra cadono le ipotesi: l'adolescenza. Quest'ultimo si conclude in un giorno ben preciso, e molto spesso rimosso dalla coscienza: il giorno in cui la vita taglia l'ultima gomena e la mongolfiera parte senza il suo passeggero. Quando era stato quel giorno? Anche lui non ne aveva memoria. Passò oltre nella deduzione. Io morirò. Non ho davanti altre scelte, adesso molte di quelle variabili che avrebbero potuto fare di me qualcos'altro, si stanno fissando in misere costanti, una dopo l'altra, giorno dopo giorno. Lo sapeva già qualche anno fa, e adesso si trovava a vivere il futuro.

Osservò distrattamente la bicicletta appoggiata. Rimane una speranza, quella che può essere considerata da alcuni forma di saggezza e maturità, da altri patetico illudersi: la vita salda le giunture e la sua ruggine incastra i meccanismi, ma questa non è che la fine di una forma mentale e l'inizio di una nuova, tutta da apprendere. Se quell'oggetto di cui noi eravamo il cuore e il moto perpetuo adesso è immobile, allora bisogna scendere e cominciare a muoverci da soli, ruotando secondo ogni possibile e infinita prospettiva ciò che ci è stato dato e che pare inservibile. Un prisma e la sua luce, la vita e noi.

Testamento - 26/12/1999

[indice]

Quale vergogna provo,
quanto distante da ciò che il bambino chiama
Dio.
Amore e finzione non sono diversi,
si confondono nella delusione stanca del pescatore con le reti bucate,
cosa vuoi?
Ti chiedono tutti se non sei un pazzo,
perché te lo chiedono?
Perché il mondo non è caotico
Perché non è permesso fuoriuscire dagli argini delle cose
E quale follia più grande di questa?
Credersi...

Robot, siete se non lo capite,
che quello che fate non lo volete fare
e quello che dite, l'ha detto qualcun altro
e quello che vi accade, giorno dopo giorno
è schema con eccezioni.
Non casualità, caos democratico e da molti dipinto perverso
Da tutti temuto.

Non parlo per me
Sono il pazzo che sta al di fuori
Quale scienziato può studiare un oggetto
Se ne fa parte?

Il mondo giubila, per cosa?
Come manifestare gioia in un modo così stereotipato
E le masse si accendono oggi per pregare
Domani per combattere,
e nessuno prega nel chiuso e nell'oscuro,
il Tempio s'accinge a crollare in una discoteca.

Vedo le urla e ne comprendo il perché
Ma non so il dolore di quegli occhi e quelle mani
Come afferrarle?
Stupidità, tanta,
l'uomo le si abbraccia prima di diventare ipocrita.
Quante e quante le mani che al cielo si protendono...

Sai, forse sto iniziando a capire,
forse la macchina sta entrando in me,
mi sto arrendendo,
non voglio scrivere più,
adesso non sento più nulla nello scrivere,
il mio cuore non batte per amore crede alle gioie delle mortali sembianze,
la mia mano non s'infiamma nel narrare lo sdegno
o il sofferto e casuale raggiungimento di una vetta
cronista di un'impresa dell'anima.
No: adesso è un freddo documento contabile
Che riporta su carta la lista dei caduti
E dei giorni perduti, e con loro
Chissà quante guerre e quali volti.

Davanti ho solo le tante ragioni di tutti
Le sacrosante verità che ognuno vuol far valere.
Le mille realtà incastrate e limitate entro le quali ciascuno
si riconosce
Senza concepire gli altri. Loculi a miliardi
S'accatastano e dentro gente vi urla insulti
Al mondo esterno: siete sepolti vivi,
sorgete, nuovamente, e guardatevi intorno.
Guardate!
E' in nostro potere guardare e capire,
come potete fare l'una o l'altra cosa dentro i vostri
comodi o terribili sepolcri?

Mi perdo per ore a ragionare su questo e su quello che voglio
Su come il mondo mi cambia e non si faccia cambiare
Il tempo e la morte sono le migliori componenti della serenità
Consapevole e non arrendevole.

Perché protrarre questa pena, questa dogmatica ricerca dell'essere
Fatta su carte, come una mappa di un'isola sperduta.
Quale tesoro... quale premio in fondo alla ricerca?
Quale è la fine della ricerca?
Solo per illudersi che si faccia qualcosa di nobile?
Oppure per lasciare traccia dei propri sforzi,
indicare e aprire la strada?
E per chi?
Ognuno se l'apra da solo la strada,
negli anni lucenti delle gioventù a venire.
Io ho attraversato foreste e abbattuto alberi colossali
per farmi un varco
Ed alla fine della foresta c'è il deserto,
nel capire che per molti la gioventù non è mai esistita,
né foreste...

Se il percorso è lo stesso la destinazione cambia, cari miei,
e dove ognuno perviene lo saprà di colpo viaggiando,
se ha la curiosità ironica di chiedersi dove si possa arrivare.

Da qui in avanti, compagni, la strada che farò
La cancellerà il vento che spazza la sabbia,
mi rifugerò muto nel mio profondo
senza pormi troppe domande
mi accorgerò di diventare sempre più meschinamente coinvolto
col sistema tribale in uso dimenticando
tutto questo,
ai miraggi seguiranno le illusioni e nuovamente miraggi
e poi nebbia
così che il giorno e la notte finiranno in un interminabile crepuscolo
e l'aspetto sarà quello di chi è progettato per vivere conformemente.

Non credete a quello che dico
Forse non sono già più io
Leggete e proseguite
Traendo opportune conclusioni.
Bando alle speranze letterarie e salottiere!

"E' notte serena e cupa nel vociare del vento sulle dune
bottiglione stappato e vuoto
romba il mio cuore al calar delle stelle
nasce un'unica luce
è lei che oggi mi guiderà!
Mi metto in marcia..."

Irlanda - 1999

[indice]

Nelle brughiere d'Irlanda
mi persi la mattina
cercando di fuggire all'insonnia
di una selvaggia esistenza.
E là trovai la strana sensazione
di aver trovato un luogo del mondo
dimenticato tra le acque e l'erba
Giano bifronte all'est, all'ovest
a entrambi nascosto.
E là mi accampai frastagliatamente
bivaccando la notte in forre e macchie
sicuro finalmente
di essermi davvero perduto.
E nessuno mi avrebbe trovato
nessuno avrebbe creduto di trovarmi
sotto qualche cespuglio di una terra antica e selvaggia
all'ombra di un dolmen, o in faccia all'atlantico
soffiando sul volto alle brezze gelidumide del nord.
Se non fosse venuta la vita a cercarmi...
conosce i sentieri
batte le campagne,
immagina i desideri di ognuno.
E mi trovò, felice,
a giocare con qualche fiore di campo
e la terra era il mio vestito
e il cielo, i miei occhi.

Mi prese sicura,
come la madre suo figlio
imbrigliò i miei giorni e i miei desideri
crebbero, come l'orgoglio e l'ambizione del falco,
che osserva dall'alto il nido dov'era inchiodato
ancora implume.

E adesso mi sono trovato,
una volta per tutte ricordo chi sono.
E non ne faccio colpa a nessuno,
non alla Vita, madre che ascolta e che cresce suo figlio
perché sia pronto a prendere in moglie un giorno
la Promessa Sposa.
Solo l'Irlanda ebbe il dono di farsi amare e poi morire
nel mio cuore
farsi silenziosamente sostituire.

Nonni e nipoti - 06/12/1999

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Quanto lontani saremo da loro...
Quanto, dimenticati gli usi e la vita.
Piatto attorno è lo spirito della Morte.
Bianca è la nuova alba, e nulla muta
Noi, sempre meno.

Nonni, ragazzi, amici.
Quanto vicino sono andato alle vostre vicissitudini.
E la Storia un terribile scherno per voi
La vostra storia mi ha solo sfiorato
Di voi è arrivata la neve dei ricordi
E dei racconti.
Dei tristi racconti di vecchi.

Ragazzo fui, uomo mai sono stato.
Nella neve e nella sabbia ho perduto il cuore e la ragione.
Ho perduto. Mille lagrime non raccontano un istante.
Perché ci osservano
Gli anni, i nemici
Gattini miagolano nel fondo
Nel nero si soffocano
Gli anni migliori.
I migliori.
Pedine di un gioco impazzito
Mi sento mangiato
E sempre meno freddo
Dentro mi prende...

Quale guerra e per chi.
Per chi si combatte?
Non voglio combattere più.
Sono solo e non credo in nulla.
Tra le mani l'arma che insudicia l'anima.
E poco a poco mi succhia.
Già non vedo l'amore.
Rumore, tanto.
Il freddo dentro mi prende
Ma sempre meno...

Nipote sarai il mio testimone... nonno sarai la mia guida.

Non giudicatemi, sono stato solo un uomo
In una spietata bianca pianura.

Novembre 1971, periferia di Milano, Nuvoloso, Uscendo da un portone - 12/12/1999

[indice]

La missione ha un suo contesto,
vi nasce e prospera, vi muore,
e noi alle volte spiriamo con lei, in tenera età.

Quello che è davanti alle volte è troppo vicino
Ciò che è dietro non si riesce a vedere
Nuovamente.

E si annaspa al mattino
Nell'incertezza
Di notte ripiombiamo
E perché...

Allo specchio,
mi volto e rido
mi volto e mi capisco
mi volto e non ci sono.

E' follia?
Ogni attimo mi spiazzo
E cerco il cipresso dove riparare
Dal prossimo solleone.

... perché alcuni hanno in mano la missione,
altri non la comprendono,
alcuni ne inventano nuove,
oppure la distruggono...

Molti, molti, molti...

Ho visto una giostra
La musica e le lampadine
Una fisarmonica, cavalli danzare in cerchio.
Un tempo eravamo bambini,
adesso non sappiamo più
cosa bisogna fare da grandi.
Il mondo è troppo difficile da capire
Da grandi...

Mi sento giovane e vecchio,
ho fatto già tutto, non ho mai vissuto,
sono una bussola tra 100 calamite.

Si nasce sapendo, poi si dimentica.
La musica o l'autunno, uno sguardo,
Dei fagioli, riportano alcuni a ricordare,
riconsiderare, rinunciare.

Si sostituisce allora un occhio con una pallina
E una mano si taglia
Per averne una di ricambio.
Ci si schiarisce la voce ruggendo
Si parla da soli.
Si pensa... si progetta ... si vive per qualcosa
Che non può più morire.
Basta sensi di colpa o d'angoscia
Fine di ogni pretesa o diritto, da o verso alcuno.
Sei matto, libero o cosa?
Si dirà in giro che non capisci,
e così sarà.
Si mormorerà che non vedi:
proprio così!
Si accuserà, e sarà tutto vero...

Ho visto morire.
Ho visto, più raramente, vivere.

16/10/1999 - 16/10/1999

[indice]

Scie nel tempo
Prore di navi
Ho la mente strutturata
Per concepire il presente
Ma l'evoluzione non ha fatto ancora il suo corso,
e vedo le scie,
come gocce sulla finestra
si allungano e s'asciugano
lasciano aloni colando
sulla mia memoria
così che la realtà del cosciente
diviene una foto
con esposizione razionalmente infinita,
e nei luoghi persone si accavallano
e si incontrano vecchi e giovani
la stessa identità in due differenti fotogrammi
ma non si capiscono
e io rido nello sbattere su me
o su persone morte:
adesso non esisto più
infinitesimo di me ogni me
in eterno
ogni istante è una realtà diversa
non più grande né più piccola,
nessuno è un individuo, siamo scie
così tanti da dimenticarsi
così tanti
io sono così tanti.

Pensiero - 03/10/1999

[indice]

Dio perché permetti questo?
Perché l'uomo non ti capisce?
Sei troppo vicino o troppo lontano?
Lo siamo noi?

Alle volte il bene è così grande
Da tollerare il male
Ed il male è talmente forte
Da odiare e combattere anche se stesso.

Dio, non ci indurre in Tentazione,
siamo uomini e comprendiamo lo spazio su tre dimensioni
le altre, quelle trasversali e illogiche
ci confondono solamente.

Qwerty - 22/09/1999

[indice]

Amarsi di sera
E sciogliersi nel vuoto di una rassicurante canzone
Riempire il contorno
Di ansiose e rosa
Fantasie.
Non è per me.

Correre nell'umida mattina
Attraverso le infinite particelle di ricordi
Che urtando si compongono
In aberranti e verdi
Miraggi.
Non è per me.

Capire cosa si vuole
Nella penombra levigata dal pensiero
Consapevole devozione
In una chiesa o in un sottopassaggio
Lucida follia che porta a staccarsi
A fuggire e restare
Lontano e rosso
Capire.
Tutto non è più per me.
Cado. La rete ha trame troppo grandi
E quale pesce
Io non so di essere.

Pescatore, chi sei?

Pensiero da una cena di classe - 17/09/1999

[indice]

Icaro dovevo essere
E volare sopra le tempeste autunnali
Veloce e sicuro
Con ali di cera.

Ieri ho visto una leggerezza di goccia
Bagnare altre labbra
Mentre forse era solo pioggia.

Abbracciata all'angelo che seppe dirti cosa amare.

Conosco questi momenti
E li amo perché adesso sono io
Nonostante abbia capito che nulla ha una sola faccia.
Vedo alberi gialli e scogliere solitarie
E caldarroste e funghi e odore di bosco.
Nasco adesso ancora una volta
E una canzone mi porta fuori dal grembo
Di un'estate, madre sempre, sposa mai.

Alle volte associo, gioco, a combinare e sovrapporre
E ti vedo nel vento con capelli dolcemente sparpagliati
e l'orizzonte è grigio
Intonato alle foglie arancio.
Probabilmente tu ci sarai.

Capisci, allora non dissi nulla,
era un altro tipo di amore
troppo bambino per essere rivelato.
Troppo egoismo di fanciullo ancora prendeva i miei occhi
E la bocca, il terrore di perdere lei.
E così nulla ho perduto perché se anche fosse stato
Non sarebbe stato ciò per cui naufragavano le nostre illusioni.

Un unico rimpianto: se tu sei stata un errore solamente
si impara, io viaggerò ovunque
Per presentarmi davanti ad un'altra te
A dire finalmente che l'amo.

Dovevi essere il mio traguardo
Mi hai dato una magnifica e indelebile partenza.

Medusa - 15/09/1999

[indice]

Nella brutalità
Io vedo ancora il fanciullesco
E l'amore
Ora sfregiato e disilluso
Che si muove tenebroso
Dentro me.
Colgo ancora piccoli fiori
Ma non più per farne mazzetti
Bensì disperderli nella fiamma,
tante croci nell'anima!
Cosa non può la delusione
L'arrogante pretesa di arrivare e capire
Fallita
Che cresce e si incancrena
Ruggisce e si dimena,
pazza, e non ricorda perché.
Un uomo trasforma un due.
Avessi il coraggio di guardarla un istante negli occhi:
o io o lei
saremo di pietra.

Gioco di specchi - 14/09/1999

[indice]

Mi perdo in una stanza
Al collo uno specchio
Là dentro sono io.
Maschere di cera
Alle volte si sciolgono
e colano nel deforme
mentre si muta il sentire abituale
e qualche altra consapevolezza s'assume,
lo si capisce,
dalle rughe o dai capelli,
quando accade, io non ci sono.
Mi osservo ad uno specchio
Per capire chi sono
Quando non sono
Non sono io a vedere, a pensare.

Volano etichette
Farfalle appiccicose
S'attaccano al burattino nudo
E coprono e vestono il corpo
Tramutano la sua materia nell'apparenza
E danno vita all'identità dell'istante.
Burattino, tu sei di legno.
I rami divengono radici
E nell'aria si saldano.
L'albero secca e dondola
Al capriccio del cielo.

Mi perdo in una stanza
Al collo uno specchio
Là dentro non sono io.

Giano - 26/08/1999

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Quando parla per me il silenzio
Mi sento egoisticamente appagato
E trovo la vergogna sorridermi sull'uscio
Tutto intorno mi spinge a ricredermi:
sei un fallito...
sei un escluso...
fai ciò che la nostra coscienza ti impone...
Quello che senti è frutto del collettivo
Quello che fai lo fai per gli altri
Ma come gli altri vogliono tu faccia.
Libero o no è solo autocritica
La sostanza mi lega con nodi saldi.
Il mio cervello è programmato da mani discrete.
E chi sono io
Cosa penso in questo momento non importa.
Io sono in altri luoghi
Ho un'altra forma e concezione della vita
Sono il simbolo del contrario
E il mio volto è nell'altra faccia della luna
Neppure a me stesso lo posso mostrare.

Disquisizioni moderne e poetiche in apparenza - 25/08/1999

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Noia e aridità
Si distendono sulle parole che si muovono
Attorno alla mia percezione
Limitata.
Tutto mi appare vecchio
E già lo sono anch'io
E la polvere mi entra nelle crepe.

E la pioggia starà arrivando...

Sì, mi sento uno dei tanti che non sono nessuno
E mi compiaccio della mia scelta
La scelta di vivere
Nonostante tutto appaia già detto
I peggiori costumi e le vitalità nascoste dell'uomo
Siano stati analizzati.

Corro il rischio di dire la mia
Esprimere un'opinione ed invecchiare con lei.
Alle volte un'angoscia irrequieta...
... un autunno ... è un fitta passeggera.

La banalità ristagna. Io sono come lei e loro
Che parlano di loro stessi, il nulla.

Una volta vedevo. Avevo il dono della vista
Potevo separare colori e sentimenti e rifonderli
A piacimento.
Avevo le Facoltà Perdute. Il pensare era di mia volontà.
Ed il perdersi nella fantasia una necessità.

Ma le crepe si allargano e feriscono gli occhi.
La polvere si accumula.
La mia gioventù è divenuta di polvere.
Quando pioverà...

Dissoluzione - 25/08/1999

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Ci vuole un istante a mutare
Il corso delle nuvole
Ed il cielo dove sospirano.
Non credo alla felicità
Non la penso neppure
Solo così sono felice.
La sera esco dalle tane
E mentre stormi di passeri tornano
E negli oblunghi cipressi osservano il calare della loro vita,
io colgo il fardello più peso
e vado
consapevole della sua gravità
ancora disinvoltamente lo carico:
scandalo! Intimo scandalo?
So quanto pesa e non mi sacrifica più le spalle.
Conosco la sua colpa e comprendo la mia
Forse la supererò.
E' fede o blasfemia
Indifferenza e placida follia
Il mio carico...
è anche una luce che scompare tra i rovi della notte.
Non so e nulla mi tange
Sul largo ed erboso sentiero della pace.

Don Chisciotte - 05/06/1999

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Sono un mulino e le mie braccia ruotano
Al vento
Arido e sole
Attorno.
Parlo da solo al vento
E lui non risponde
Mai.
Forse ha capito tutto
Forse io ho già intuito la sua risposta.
Sono inchiodato al suolo
Dal sole
Le mie braccia ruotano
E la mia mente si smarrisce
Al vento.
Sono scomparsi pure gli ultimi miraggi
La mia sete si fa mortale
Il vento percuote e spazza
La mia ultima volontà
Sento già chitarre e posso già intuire
Il futuro.
Il futuro si intuisce facilmente
Il vento che secco si abbatte su noi mulini
Ce lo fa intuire, mai indovinare.
Turbine adesso e sabbia negli occhi
E le ultime assi si schiodano e volano
E nessuno attorno se non desolazione
Per la mia semplice comprensione.
Sono sbattuto, sono sconfitto, sono solo.
...
Come un orso vedo apparire
Una fiera mostruosa atterrirmi
Essa fagocita e digerisce e ruggisce
Poi tace.
Tutto poi tace.
Il vento non esiste più
Non è forse mai esistito
Pare che non debba tornare.
Solo il sole brucia anche le ultime nuvole sopra
E adesso mi osserva in silenzio.
Silenzio, silenzio... silenzio.
Un silenzio di dolce condanna?
Un silenzio che parla più di infinite parole.
...
Ecco apparire nel giallo ondulato dell'orizzonte
Un cavaliere.
Negli occhi trovo fresche pianure
Nel profilo la forza di un vero silenzio
Sulla fronte ruvida un ideale che resiste ad ogni vento.
Lo vedo lottare contro di me
Con me.
Lui ed io. Io e lui. Contro e una sola cosa.
Il sole appare per un attimo più grande.
Il cavaliere è una sua illusione
E presto scompare in una nuvola di polvere
La notte deve pur scendere.
Domani la Grande Stella
Tornerà ad osservare il vento lasciarmi nudo.

Alla Luna - 12/06/1999

[indice]

Quante di voi ho perduto?
Come non sentirsi colpevoli di qualcosa di vago
nell'osservare i corpi e le vesti
di giovani estive bambine
ballare.
Ipotesi si affacciano ai balconi degli occhi
e assumono significato gli sguardi
a tratti marmorei
riprendono vita
e parlano di amore nella calca
Amore nel frastuono
sussurrano e si spengono
mozziconi di sigaretta.
Perché non vi accorgete
quando voltate il viso arcobaleno,
qui non ho materia su cui pensare
solo anime distratte volutamente
veloci e tenere, seducono.
E l'uomo vorrebbe amare nel guardarle.
Scendono le ore lungo le lancette e gocciano
un uomo le Ama ma non osa Amare
un uomo Ama e si innamora di ognuna
di ogni sua romantica fantasia futuribile.
Scendono gocciando le ore dalle lancette.

Mary Celeste - 01/06/1999

[indice]

E' bastato un istante della tua ideale presenza nella mia mente,
perché ancora mi si affollassero intorno sogni e
sentimenti sepolti e resuscitati.
Non importa se non lo saprai mai.

Un raggio d'un tratto
attraversando plastica e fili,
dal fondo del pozzo, l'ideale gettato
per il sussurro della vecchia signora
che consola e spesso illude sul futuro,
ha luccicato di nuovo.
E' stato solo un attimo di fanciullesco ritorno,
una nave fantasma con le vele stracciate
è rientrata lentamente nel porto
carica del nulla, scheletro del mare
ancora a galla.
"Parla ancora'"' ti avrei gridato e non ne avevo la bocca
ne la forza per legarmi
come il candido Ulisse dei miei ricordi
al tuo scoglio.
Mentre le fredde sirene del materialismo mi richiamano
osservo le tue rive allontanarsi
e le tue labbra immagino
senza neppure più una lagrima,
o mia Zacinto.
Come paiono imprendibili da fuori le rocche del sentimento
dentro le quali ero assediato con te
con la tua immagine più bella.
Cieco, illuso, immenso, ingenuo il mio ideale.
Ma tutto è adesso sopraffatto e svanito
alla parte più alta di me
tendo un'imboscata
per rivincita un ricatto,
è l'invidia di chi non comprende.
Il filo si strappa
e subito tuonano
i forti cannoni del materialismo
contro una nave già innocua,
che dolcemente riprende il largo.

Giustificazioni futuribili - 27/04/1999

[indice]

Tra poche nuvole
sarò di nuovo nel Giardino del Sole
dove attendo con circolare trastullo
un'alba e un tramonto.

Già un anno quasi dall'ultima visita
e la paura è forte, la paura di chi nega il destino
è il destino peggiore.

E la paura plasma immensi golem
e la mia mano vi incide sopra parole folli.

La guerra è la madre di tutte le follie
la Guerra sarebbe la giustificazione delle mie follie
e la pazzia più indegna:
vivere una tranquilla normalità
vivere e vedere altri morire
vivere ed assistere su un letto sempre più rugginoso
ad altri anni la morte.
E vedere tutto questo blando orrore in volto
come una barba allungarsi
e vedere se stesso un'immagine di folle illusione.
La paura del risveglio, la sua ricerca
nello stesso istante.
Quale rifugio migliore!
Distruggere un futuro possibile, sostenerne di terribili,
cascate e dirupi e ferite e diluvi,
vedere abbattersi come una furia il vento
scendere le nuvole e salire i mari
imbrigliare i movimenti ed impedire così
di fare quello che sarebbe andato perduto...
La propria disfatta è alla Gloria della Giustificazione.

La Giustificazione...
cosa diventa per l'uomo la paura della propria incapacità.
Io temo la viltà.
Affrontare se stessi e la Normale Realtà,
dimenticare di immaginare,
è la più temuta delle Guerre.

I Binari di Atlantide - 10/04/1999

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Scende la sera lenta colando
dai vetri opachi di polvere e pioggia.
Si consuma rimbalzando l'ultima lamina di bronzo,
riveste ancora questa sera di aprile umida
di terra intrisa.
Missili appaiono e fosche nuvole
tra rondini
infantili nello strepitio
e coprono ancora i miei pensieri.

Mi accorgo di correre retto lungo ogni punto di una curva.

Oggi nella Pianura, di là dei monti,
ho rivisto il volto dolce della mia trasognata fanciullezza,
di alcuni trastulli bambini e di infiniti voli di cuore
composta di un lontano vapore
ormai.

Dal vapore è riemersa una città, e una ragazza
che nel tempo ricordavo bambina
che negli occhi è ancora bambina.
La regina del mio Impero sommerso mi ha solo sorriso
portandomi nel regno dell'ombra
che materia divenne per prestarmi sostegno,
scheletro del labile mio presente.

Di quello che fu il mio Regno
rimangono macerie e contesi brandelli
e fumo s'innalza a celarne l'insieme.
Spartito se lo furono il tempo
e la nebbia, lo spazio e la ragione.
Vagare nella sua sconfinata pianura
È il mio destino
e sono punto sul piano, che segue la retta
della personal-virtuale percezione della vita
intersecata
dalle infinite rette del piano:
dove è più quella linea tanto marcata?
Continuo a muovermi
incontro le mie regine negli angoli bui
e nelle svolte improvvise
vizioso ricorrere con anormale cadenza.

Ad un tratto
col loro accostarsi alla mia mente
tutto riemerge,
al loro svanire, allo scomporsi
della coincidenza della loro immagine su un desktop
di particolare sfumatura,
il mio continente di nuovo affonda
sommessamente.

Ti amo come il cielo
e le case
i fiori e gli odori
e il vento
le ore rapide e le ore tristi.
Hai fatto affiorare un mondo
di cui tu sei stata protagonista
di cui ancora, conservi per me una chiave.
Dalla tua mano ho tratto la giovane scintilla
ebbrezza dell'illusione
di un'esistenza geometricamente perfetta.
In un sogno circolare e senza angoli...

...Dalla foresta ho spiato il tuo viso
che più non conosco:
come allora ho trovato la fresca follia d'un abbandono.
Un amore viaggia su molti binari
ma i binari, sono troppi, perché tutti si incontrino.
Solo ad Atlantide.
La follia di poter determinare
con un compasso
la Retta Via.

Marzo Ipertestuale - 20/03/1999

[indice]

Di ogni istante o luce e cielo
ho l'immagine plasmante
l'emozione.
O di volta in volta l'inverso.

Sul primo link punto la fantasia che rincorre
lungo i vicoli della rete una disarmante realtà,
ed ecco apparire sempre più coerente alla mia immaginazione
un'aula e una vecchia cartina e su questa un tratto di penna,
scorre un tempo inesistente,
real player appare il cielo alla mia destra
dalla finestra
e un pensiero riaffiora tra i tanti che non posso recuperare
undelete.

Chiudo questa visione e sull'otto entro cliccando
e mimose e nonni e case perdute.
Mi sposto volando le immagini così lontane nel confronto,
all'attuale umano sentire, mi sono già da tempo adeguato.

Tasto destro poi sinistro e il multiplo parallelo castello
di visioni crolla velocemente.

Nella cifra 15/3 amo perdermi ancora
tra i bookmarks la trovo e mi sciolgo in essa:
quanto verde, e azzurro, e Pascoliana primavera
e dolce speranza di gita esistono salvate nell'essenza
sul mio povero HD!
Ma quante volte finiscono per confondersi con essa
pomeriggi di giugno e tulipani, ed allora
smarrisco il mio senso,
e torno ad essere uomo e il mio cervello si cala nella sua
impenetrabile campana.
Sotto di essa nulla percepisce e niente esce, rimbalzando
ossessioni elettriche
contro le sue pareti.

Scandisk entra in background.

Torno alla cronologica scalata al mio ricordo associativo
e trovo un blu 21.
In esso appare una fredda mattina alle 5,00
un merlo e il sole notturno,
una garitta e sui muri, ancora sottili, tratti di penna,
un fucile e la sua anima tagliente. Voglia di fuggire.

Cade la linea e nella ram un ultimo lampo mi riporta
al consueto desktop.
Posso ancora immaginare l'ipertesto nel suo scheletro,
ma l'infinita combinazione dei suoi link sfugge,
e nulla rimane di certo se non...

Metamorfosi subcosciente di una macchina - 12/03/1999

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I miei libri mi osservano
e solo mentre cade la mia distrazione
loro tornano a essere materia
e non appena finisce la bonaccia
ed il mare torna ad incresparsi
loro sono là, sulle ultime onde all'orizzonte
dove l'occhio è perduto e non fa differenza
l'alba o il crepuscolo, aria ed acqua.

Cosa penseranno di me che conosco uno spicchio tanto meschino
di infinito?

Loro che sono un acino della vite della cultura
il pensiero di chi è uomo, che dall'uomo si vuol salvare.

Sento il mio corpo pullulare di cellule
pixel a milioni, sulla mia mano mi danno immagine.
Anch'io soggetto agli sbalzi di tensione
che alle volte ricerco, per perdermi ancora
fuori di ogni integrato,
nel caos, alla ricerca di una casuale intuizione:
fulmini mi colpiscano, e virus mi devastino!

Scelgo alle volte di esplorare la mia ram
e non trovo traccia del giorno precedente.
Quando ho tentato di salvare un'emozione
ho trovato solo un magnetico mistero, su cui imprimere
una fugace scarica blu-elettrica. Nulla più.

I miei libri mi osservano. Per loro non sono
che una stupida macchina elettro-metallica,
immagine fugace e volatile memoria.

A.D. 6999 - 04/03/1999

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Si Babbo caro
ci sono anch'io
tra coloro che uccisero
l'Innocenza e ferirono nelle membra
prima,
nella amorevole fiducia conseguentemente,
il nostro Unico Fratello.
Quale punizione meriterò,
quale giudizio calerà sulla mia anima
ad epurare, a condannare quello che l'uomo non condanna
ma che sento come il principio della colpevolezza?
Ai tuoi occhi, come Adamo mi vorrei nascondere,
come Giuda ho compiuto una deliberata delazione
o forse solamente un meccanico ordine che
ahimè
un uomo solo non poteva rifiutare. Mi sento debole,
ma come loro un tempo lontano vorrei fuggire.
Tanto più l'uomo si avvicina a coloro che disprezza,
perché emblemi comuni dell'uomo,
tanto più nel cuore ti sta cercando,
e forse implora la Punizione,
che giustamente mai verrà.

Con un singulto quasi ipnotico ho visto
il tempo
e il suo ripetersi nelle gocce d'acqua e nei ragni
nel mare e nelle sue brezze;
E l'uomo disprezzare se stesso
dalle profondità del suo passato remoto
agli abissi del suo futuro inconcepibile
quando tutto questo non sarà nulla,
niente più che una flebile impronta nella Storia;
capisco il mio essere,
sarò l'uomo che un giorno infinito
in uno spazio indeterminato,
starà male e disprezzerà se stesso,
amando, nonostante tutto il suo cielo.

Chiamate ricorsive - 28/02/1999

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Infinite sveglie trillano alle volte
la notte sgraziata t'aprono innanzi
o il mattino.
Quante volte stanotte ho dormito
e quante vite, che l'oblio
sempre più preciso e velatamente geometrico
nasconde alla nostra povera mente,
tutelandola.

Ho sognato che entravi nella mia stanza
e la luce del sole era lucida
e dalla finestra ti bagnava il viso.
E stranamente fissandomi
notasti in me turbamento,
dal volto forse neppure tradito.
Così sorpreso ti raccontai
l'incredibile sogno che alle volte accade
di vivere la notte.
Ti dissi che avevo sognato
che tu al mattino entravi nella mia opaca stanza
e dalla finestra scendeva un velo di luce
sulle tue ciglia, e tu guardandomi in volto
osservavi in me turbamento, ed era perché
avevo sognato...

E quante volte ho vissuto
esperienze analoghe in mille vite
e quante volte ho avvertito la loro presenza
parallela e consecutiva
che per fortuna la mia intelligenza non comprende,
vi s'arrischiano i folli e a loro è dato vivere ovunque.

Tra poco, lo sospetto, mi desterò,
e di queste righe, e di questa vita,
una pallida rimembranza aleggerà nei ricordi.

Le ragioni della guerra - 26/02/1999

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Falchi d'acciaio ho sognato
e legioni di terra e bronzo
muoversi sul fondo melmoso di una valle.
Fiumi di sangue e teste disperse
fiamme
su un villaggio
mentre in lontananza una torre crollava
sul fianco colpita l'orgoglioso e labile edificio
dell'intelligenza
crollava e polvere e vento e rombo.

E la materia farsi plumbea e appiccicoso il cielo
e l'uomo divenire lombrico cieco che striscia.

E l'idea rimanere nelle mille gole tagliate
o la parola nelle mani che avidamente s'aggrappano
alla vita.

Un lampo più grande, e l'uomo divenne Dio
uno più piccolo e l'uomo scomparve.

Infinite guerre e solo una.
Moltitudini si perdono ai miei occhi
e la realtà ingoia i loro drammi per restituirmi
la folle placida mattina, in una stanza
di casa mia, in una illusoria vita.

Qualche bambino, ride in strada...

Proprietà invariante - 20/02/1999

[indice]

Salice o cipresso son la stessa cosa
come la stessa cosa è il bello e il brutto
il giovane e il vecchio che il giovane invidia.

Mi sentivo giovane un giorno ma ero morto.
E quando morto sarò per l'uomo,
vivo resterò nel tempo
e come fotogrammi nella cinepresa queste lettere
si fisseranno.
Quando mi vedrai io non sarò là o sarò ovunque
se tu mi vedi non guardarmi adesso ma tra un secolo
e immagina che "io sono" è solo un'illusione,
la realtà è essere un continuo,
la retta i cui estremi si toccano
passante per infiniti punti.

Mia bella Beatrice, come ho potuto,
come ho creduto di vederti!
Quanto invece adesso, mi appari lontana
nel tempo e nel cuore,
ché se tu fossi stata mia
non lo saresti mai stata,
e la crudele consolazione mi rimane
di averti per sempre conosciuta.

Solido o liquido, scorre la materia
nel largo e immobile fiume del tempo.
In questo infinito vettore,
riempiamo qualche cella,
e al finire del ciclo,
ogni parte di noi sarà prigioniera
conservata per sempre.

Per sempre sarò giovane
per sempre sarò vecchio
per sempre sarò odiato
per sempre non sarò esistito...

Tu cercami (se vuoi perder la vista),
nella cella di ieri,
a scontar l'eternità
nel mio attimo di felice oblio
l'amore.

Azzurri feticci - 18/02/1999

[indice]

C'è stato un momento, ma forse più d'uno
in cui sul finire di questo millennio
sul sorgere della mia esperienza cosciente
ho avvertito distintamente l'elettrica felicità
azzurra consapevolezza
associata idealmente a mattine di maggio e tulipani
che io ero giovane
senza sospettare il tempo
senza angustiare la mente sul domani
credersi eternamente bambini
senza porsi l'eterno
amare una canzone o uno sguardo o un fiore
o un istante
assumerlo pienamente e distrattamente
e riviverlo con la mente al ritornare di qualche simulacro
scorrere le giornate scoprendo il cielo ogni giorno
ignorando se quel cielo ritornerà
volare nella logica bambina, al di sopra di tutto.

Senza sapere che il tempo ci guarda e scatta
per noi le foto-ricordo, ieri troppo vicine
oggi già logorate, cariche solo di sfumati colori.
Tornano.

Questo mi ha detto stamani la radio all'uscita dal sogno
presentando, come un tempo con avrebbe fatto la luce del mattino
o la voce della nonna
quello che è adesso solo un feticcio,
un frammento della mia fanciullezza.
Ormai solamente di frammenti e di vuoti teschi
mi si accalca d'un tratto alle volte il pensiero.
Foglie gialle e cielo acciaio.

Scatole cinesi - 16/02/1999

[indice]

Vedo solo l'illogicità del mondo
dalla mia finestra di ghiaccio e marmo
i miei occhi non filtrano tautologie
la mia anima è una nota sfuggita che varia frequenza
così che l'esistenza diventa una sinfonia confusa.

Illogico è per l'uomo un universo fatto di sabbia
che eternamente è sbattuto dalla risacca del tempo
fin nel suo più remoto granello
s'accumula, si disperde,
s'accumula, si disperde.

E ancora illogica è la sinfonia che ode e le mille luci
che s'accendono in una criptica geometria attorno,
che è solo una parte.

Quale nota, se potesse, si glorierebbe di essere quella
che Chopin più amò?
E potrebbe allora comprendere il significato
dell'Opera di cui fa parte?

Tutto è codificato in un algoritmo,
composto di infiniti enunciati,
senza un modello, senza una chiave...

Sono stato l'uomo che corre
in un lungo corridoio, su cui infinite porte s'affacciano.
Di queste solo qualcuna si apre alla mano dell'uomo.
E si aprono su lunghi corridoi su cui infinite porte s'affacciano.

Cosa importa se le altre infinite porte non posso aprire,
se nessuna porta, porta fuori dell'infinito...
Dietro ad ognuna troverò un altro corridoio, o forse no,
forse troverò una piccola stanza senza porte,
un altro infinito cubicolo.
Forse ci sarà Dio, e forse Egli gioca dietro ad ogni porta.

E così l'uomo è impazzito
Perché non comprende il suo essere
e l'infinito è il granello che alla sua mente manca
per concepire l'infinito.
E vivere in una infinitesima parte del proprio oblio
non è vivere, ma essere ombra.

L'uomo non può concepire che Dio è l'ultima Nota
della circolare e incomprensibilmente perfetta sinfonia,
il mattone che alla sommità completa lo splendido edificio del tempo
e ne diviene fondamenta.

La chiave del nostro dipinto, o la fine di tutto.
E forse entrambe le cose.