Politica distribuita

Politica Distribuita

Partecipazione, delega e cloud

di Claudio Tortorelli

Arezzo

Pubblicato il 29/01/2020 - Ultima revisione il 08/12/2020 - Revisione n. 14

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Abstract

Articolo sulla percezione del senso politico contemporaneo e ipotesi sul prossimo futuro

Indice

Introduzione
2002: il social forum
L'Italia berlusconiana
5 anni di fiere illusioni
Leader
2020: Davos
Domani
Bibliografia


Ai compagni del primo 5 stelle

Introduzione

In questo articolo vorrei disegnare una parabola che descriva l'alternanza tra politica delegata e politica partecipata, che qui chiamerò distribuita, per chiarire che si basa su un principio opposto a quello del leader accentratore. Ripercorrerò brevemente gli scorsi 20 anni, i primi di questo secolo, attraverso delle esperienze personali di politica distribuita che, per quanto entusiasmante, pare non trovare mai una configurazione concreta. Pur considerando la politica partecipata alla base di una società sana e davvero progredita, alla prova dei fatti è la delega al leader che la maggioranza concepisce come normale. Non solo in Italia, ma nel mondo. Ciò mi porterà a valutare come possibile la fine di entrambe le modalità, in favore di una nuova politica high-tech.


2002: il social forum

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Nell'ormai lontano 2002 ho avuto la fortuna di partecipare al Social Forum che si tenne a Firenze. Purtroppo non ebbi l'intuizione di imbucarmi anche ai "lavori", ai dibattiti, o forse fui semplicemente pigro, in un momento che per me era di intenso studio e a Firenze mi portava quotidianamente come pendolare. Ciò nonostante ho allegramente e curiosamente partecipato all'ultima giornata, quella del grande corteo, che a Firenze di cortei del genere io penso erano decenni che non se ne vedevano. Di quella giornata ho tanti bei ricordi, uno tra tutti l'entusiasmo che sfociava in voglia di proporre e non di negare. Come fotografo dilettante è li che sono "nato", dentro a quella fiumana che di me non si curava e che mi lasciò libero di osservare e scattare. I fatti di Genova erano roba recente, si vedeva dai negozi barricati...una cenere che, ricordo, volteggiò sopra al corteo tutta la giornata, senza però posarsi giù: i "no global" non diventarono "black block". Anzi: i fiorentini, notoriamente ignoranti coi "forestieri", erano li a salutare dalle finestre, a calare giù col cestellino panini ai passanti, a sventolare le bandiere arcobaleno, che all'epoca avevano su scritto "PACE". Un gruppo di studenti del nord, forse Goti o Alemanni, che cantava "Bella ciao", un tizio con la barba da Poseidone che arringava la folla in piedi sopra il casottino di un'edicola, un anziano col fazzoletto rosso al collo che ritto guardava con gli occhi lucidi. Foto che non ho scattato.

Poi a sera, salendo in treno, ho avuto la sensazione che quell'energia non si disperdesse, ma si irradiasse, e che ognuno se ne stesse portando un po' a casa. Si stesse rimboccando idealmente le maniche per fare, in prima persona.

L'Italia berlusconiana

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I temi, gli slogan, che allora animavano eventi come quello fiorentino, e rimbalzavano tra Seattle e Porto Alegre, oggi li ritrovo nell'attualità politica e sociale, stavolta come emergenze: ambiente e clima, immigrazione e razzismo, ripartizione ed uso delle risorse [1], neo-liberismo sfrenato, rinnovamento culturale. Ma nel 2002 eravamo in pieno Berlusconismo, e nei telegiornali si alternavano nani, bagasce, buffoni di corte e mostri di ogni genere: non c'era da aspettarsi molto da tali interlocutori politici. D'altro canto la sinistra già allora campava di rendita, grazie ai molti che non volevano ancora credere a quel che era diventata: un'ipocrita messinscena "rosso-progressista", gonfia di vana retorica. Chi nel 2002 camminava con me a Firenze, sperava di lasciarsi presto alle spalle quella politica clientelare e di facciata, per passare a qualcosa di diretto e distribuito. Ma molti di più sono stati chiotti chiotti, mimetici e immobili, a fottere prima e a "chiagnere" poi, per anni. Anni di frustrazione, forse sprecati. Come fossimo calati in uno di quei giochi di enigmistica dove occorre unire i puntini per comprendere il disegno generale, ma insistendo a non volerlo leggere, fino all'ultimo puntino.

5 anni di fiere illusioni

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Solo nel 2010 ho ritrovato in modo inaspettato alcuni dei "compagni di viaggio" lasciati a Firenze. Gli attivisti del neonato meetup Grilli Aretini (M5S Arezzo poi), nei quali mi sono inserito e dove ho militato fino al 2015. In quei 5 anni, con coloro che hanno condiviso quell'avventura, ne abbiamo viste e fatte tante. L'entusiasmo positivo di Firenze non era morto, stava solo cercando un modo di coagularsi intorno ad un emblema e trovare un'identità.

Potrei scrivere, e prima o poi lo farò, pagine e pagine sull'attività svolta in quegli anni, volontariamente, di tasca propria. Non mi pento del tempo e delle risorse dedicate a quella che è stata prima di tutto una palestra di educazione civica, che ha portato persone, le più disparate, a rendersi protagonisti di un cambiamento rivolto prima di tutto a se stessi.

Non è però questo il posto giusto per rendere conto di quel periodo esaltante, rispetto a quel che poi è diventato un partito di mediocri. Voglio qui mettere in evidenza la differenza tra ciò che è stato l'attivismo politico del Movimento 5 Stelle prima e dopo il 2013. Fino al 2013 abbiamo agito a basso livello, tramite i consiglieri comunali, dandoci obiettivi limitati ma realizzabili, come si dice: vicini al territorio. I meetup, i gazebo al mercato, i tavoli di lavoro, i picchettaggi, erano tutte maniere per interagire con una base che spesso non rimaneva inerte: "aiutati che Dio t'aiuta", si diceva, e la gente, una minoranza ma significativa, decideva di interessarsi in prima persona di qualcosa. Era un modo di fare politica che definirei "distribuito", attingendo al gergo informatico.

Dopo il 2013 è iniziato il declino, a mio parere, in coincidenza con l'elezione dei primi rappresentanti parlamentari a Roma. Ebbi subito questa sensazione, ma come tutti decisi di procedere in quel campo minato. Essere passati in soli tre anni dai meetup all'aperto (perché senza disponibilità di una sede) agli scranni del parlamento, ci fece perdere la giusta lucidità e aprì le crepe che in seguito avrebbero sgretolato l'etica della base e la base stessa. Ho avuto la fortuna di poter trascorrere una giornata a Roma, nella dimensione parallela che è Montecitorio, in compagnia degli attivisti neo-eletti. Si, erano ancora una forza di opposizione e di rottura, provocatoria e propositiva, ma...erano all'interno di un meccanismo infernale.

Di li a poco chi era a casa inevitabilmente perse di vista i rappresentanti a Roma mentre quelli dovevano ora a seguire logiche burocratiche incomprensibili per l'uomo della strada. Sono stati fatti tentativi di creare dei ponti, falliti. La politica distribuita diveniva centralizzata e come tale doveva comportarsi, per compiacere il grosso dell'elettorato che a quello era abituato. La presenza di rappresentanti di "grosso calibro" minò l'autorità di quelli "di quartiere" che prima erano la linfa e il cervello del movimento, attirando contemporaneamente un nugolo di "attivisti interessati" a salire sul carro della cuccagna. Così anche il M5S ha infine trovato i suoi leader ed è finalmente diventato "comprensibile", esaurendosi.

Leader

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Leader. Anche oggi in un mondo sempre più connesso, non siamo in grado di andare oltre questo concetto tribale di politica, che agisce all'opposto di quella distribuita. Per chiarire riporto un sintetico esempio recente, tratto da un social di uso comune

Un "astro nascente" di un movimento extra politico (attualmente le "Sardine" agiscono a livello di società civile) viene superficialmente digerito nelle solite tre mosse:

Trovata una sommaria risposta a queste domande ecco servito il leader a cui riferirsi. C'è solo da decidere se è carismatico o cialtrone, de gustibus.

L'analisi dei programmi politici è fuori dall'orizzonte dell'elettore medio (mondiale, non solo italiano). E infatti le forze politiche, che siano partiti o movimenti, non provano nemmeno più a ragionare di programmi, ma dedicano gran parte delle energie all'immagine dei loro uomini di punta. Che si avvicendano con tempistiche da social, la mezza giornata, per non annoiare. Leader ce ne sono sempre stati, anzi si può dire al contrario che negli ultimi 3000 anni di casi di politica partecipata (anarchica e distribuita) se ne contano sulla punta delle dita. Ma oggi dai capetti di partito nostrani ai "grandi" del globo, la gente sembra premiare la formula dei leader "campioni", che fanno perché a prescindere sanno e che non hanno più bisogno né di lungimiranza né di ideologie.

Ma davvero possiamo permetterci il lusso di rinnegare una politica distribuita tra gli attivisti e i semplici cittadini?

2020: Davos

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Gennaio 2020: i leader sono riuniti a Davos. Mi aspetterei qualche proposta e addirittura qualche risposta su

temi oggettivamente centrali, da cui dipende direttamente il nostro futuro.

Qualcuno di questi leader, a parte Greta Thumberg, ha messo politicamente al centro del dibattito le succitate questioni? No, semplicemente perché non possono farlo. Si tratta di temi troppo complessi per essere affrontati da una persona sola. A fregarci, facendoci perdere anni preziosi nella pigra attesa di un salvatore, è l'illusione che quella persona sia potente.

Per capirsi, l'irrisolvibile "questione mediorientale" è da decenni al centro di tira e molla di leader più o meno autorevoli e illuminati (anche alcuni Nobel). Ma in sostanza non ci hanno cavato un ragno dal buco. Ci sarà qualche speranza di risolvere la questione, quando a basso livello i vari Abdullah e Ismail, agiranno in tal senso. Ma finché ci saranno i rispettivi leader di mezzo, ne dubito.

Domani

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Riassumendo ho detto che i leader politici sono la rappresentazione della sicurezza ma anche dell'inefficienza e della fragilità sociale. Per contro la politica partecipata è potente, ma confusionaria e obiettivamente "scomoda" da praticare.

Guardando al domani mi chiedo cosa resterà di questi "leader", questi animaletti da social, quando Google scenderà in politica? (uso qui "Google" intendendo in senso lato qualunque grande player della tecnologia)

Cosa potranno opporre ad un servizio onnipresente, che gode sicuramente della fiducia guadagnata in anni di efficiente innovazione, che ha creato un elettorato inconsapevolmente dipendente che conosce capillarmente nelle abitudini e nei problemi e a cui può fornire risposte personalizzate? Oltre tutto ideologicamente neutrale e algoritmicamente equo, a cui chiunque potrà partecipare semplicemente condividendo?

Probabilmente se domani mi svegliassi in questo scenario troverei dei leader "nani" e subalterni. Ma non mi aspetterei di trovarvi neanche l'auspicata politica distribuita, prima descritta. Forse non vi troverei neppure più la Politica, almeno non nella sua accezione più nobile, perché superflua e fastidiosa.

Dovremmo rifletterci, mentre conferiamo la delega al leader di turno o la nostra privacy al webservice più comodo.


Bibliografia

[1] Rapporto Oxfam 2020, https://www.oxfamitalia.org/la-grande-disuguaglianza/


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