Sono cosa so fare

Cosa si dovrebbe apprendere dalla scomodità

di Claudio Tortorelli

Arezzo

Pubblicato il 28/10/2019 - Ultima revisione il 08/12/2020 - Revisione n. 3

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Abstract

Riflessione sull'ipersemplificazione e sugli effetti della tecnologia sulle capacità dell'individuo

Indice

Introduzione
Ormai diversi anni fa
A quell'epoca
Ma presto tutto sarebbe cambiato
Torniamo ad oggi
C'era una volta
Qualche parola ancora
Approfondimenti
Bibliografia


dedicato a Caterina e alla sua generazione

Introduzione

Nel luglio del 2019 Elon Musk (se non lo conoscete non è un problema suo: fa parte di quella famigerata schiera di "ragazzi-miliardari prodigio" che si sono imposti negli ultimi 10-15 anni con i loro prodotti social/tecnologici di massa) ha annunciato in diretta streaming l'ennesima impresa: sosterrà a suon di milioni di dollari Neuralink (https://www.neuralink.com/), una società californiana che sta mettendo a punto delle interfacce cervello-macchina. Per il momento non si hanno molti altri dettagli e l'unica notizia concreta consiste nell'apprendere che il patron di Tesla investirà una piccola parte del suo consistente patrimonio su questa tecnologia. Evidentemente ritiene strategici gli sviluppi di questa ricerca per il suo business, anche perché la Neuralink sostiene che la propria soluzione sia già funzionante con gli animali, mentre la sperimentazione con l'uomo partirà nel 2020. Ci siamo quasi. Nel giro di qualche anno avremo a disposizione delle interfacce cervello-macchina che si inseriranno in un contesto storico-sociale altamente connesso e dipendente dalla tecnologia. Se questo sia fantastico o spaventoso, o se la cosa faccia sortire solo un lungo indifferente sbadiglio, lo lascio decidere a chi leggerà. Nelle pagine che seguono cercherò di generare una "riflessione per induzione", attraverso un breve riassunto storico dell'impatto che ha avuto sulla "società degli utenti" l'evoluzione delle interfacce macchina. Infine, per non finire impantanato in una sterile guerra di pro-contro questa o quella tecnologia, proverò a generalizzare il mio ragionamento, al fine di dimostrare che certe "scomodità" anziché dannose sono addirittura necessarie per definire la nostra identità.


Ormai diversi anni fa

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Ormai diversi anni fa, nel 2002, ero abbonato a Le Scienze, traduzione italiana della rivista scientifica "Nature". Da studente entusiasta di Informatica e nerd, mi colpì tantissimo un articolo che riassumeva i risultati della sperimentazione di interfacce cervello-macchina sulle scimmie [1].

Riassumendo: i ricercatori riuscivano a far muovere dei bracci robotici a scimmie su cui erano stati impiantati degli elettrodi in testa. Ecco in sintesi come avveniva l'esperimento: all'inizio la scimmia era legata seduta ma libera di muovere le braccia. Le venivano mostrate delle cose interessanti da raccogliere o mangiare e la scimmia allungava il braccio per prenderle, mentre contestualmente si mappavano gli impulsi elettrici che il cervello sviluppava per muovere il braccio. Poi alla scimmia venivano legate anche le braccia e le si mostravano le stesse cose da acciuffare: stavolta a muoversi in sincronia con gli impulsi che il cervello dell'animale inviava al proprio braccio (legato) era un braccio robotico. Dopo un po' allenamento la scimmia veniva finalmente slegata: quando doveva prendere una nocciolina, non muoveva più le braccia ma pensava solo di farlo. Il braccio robotico, riconosceva i segnali neurali e si muoveva a prendere il premio degli sforzi mentali (e, penso, anche delle sofferenze) della scimmietta. Di fatto era diventata una scimmia-cyborg, come Hiroshi in Jeeg Robot d'acciaio.

Alcuni video resi pubblici su youtube descrivono gli esperimenti a cui mi riferisco (basta cercare "brain machine interface in monkeys"). Se sembra fantascienza, basti pensare che sono già passati quasi 20 anni da allora, e sono tantissimi in questo ambito.

A quell'epoca

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All'epoca mi parve una applicazione fantastica...ma vivevo in un altro mondo, dove l'Informatica ancora non era "di massa", ma confinata ad ambiti specifici e con scopi definiti. Negli uffici i PC avevano già preso il posto delle macchine da scrivere, ma erano essenzialmente ancora e solo macchine di lavoro. Al di fuori del contesto professionale, degli studenti e ricercatori, degli appassionati smanettoni e dei videogiocatori, la tecnologia informatica non era diffusa. Internet era nel 2002 un mondo ancora molto artigianale, sottovalutato da una buona fetta della società (pare impossibile?). Non era raro che i miei coetanei di allora si dichiarassero non interessati dai computer. Gran parte dei nostri genitori andava addirittura fiera di non avere che fare "con quelle diavolerie", e se proprio ne era costretta, si limitava al telefonino e all'ufficio, dove erano imposte (ho visto utilizzare il mouse con due mani). Tali caustici giudizi erano dovuti ad una sola motivazione: non esistevano interfacce abbastanza semplici da avvicinare la gente alle macchine e consentirgli di intuire il potenziale che c'era dietro. Certo, già non era più l'informatica degli anni '80 e '90, fatta di prompt e driver perennemente incompatibili, ma ancora mancava qualche cosa. Se avevi una specifica cultura o determinazione o passione, allora "accettavi" di parlare la lingua del marchingegno che ti stava davanti, altrimenti lo mandavi semplicemente al diavolo, come avresti fatto con un polveroso dizionario di grammatica bulgara. Per questo quell'articolo mi colpì: tutti gli ostacoli che c'erano tra la volontà di fare qualcosa e l'azione della macchina che doveva compierla, si annullavano in un pensiero.

Ma presto tutto sarebbe cambiato

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Ma presto tutto sarebbe cambiato: Google, IA, smartphone, IPad, cloud, big data, social e connettività diffusa sarebbero venuti di li a qualche anno a rivelare a tutti un verbo intimamente diverso da quello che studiavo tra gli scranni universitari.

Nei decenni precedenti parole quali "condivisione", "connessione" e "open source" avevano fatto sognare a schiere di nerd un nuovo mondo "buono", fatto di cultura libera e gratuita. Un sogno naif di "pochi" invasati. Sfruttando tecno-mantra molto simili, ma stavolta rivolti al pragmatismo, i big dell'economia tecnologica hanno cominciato a mercificare i dati personali e biometrici delle masse, divenuti la nuova miniera d'oro. Per questo l'interfaccia doveva diventare trasparente, spesso ridotta ad un tap. Nessuna competenza minima doveva essere richiesta all'utente, con fasi di gestione ultra-semplificate, se necessario a danno della sicurezza e della tanto sbandierata privacy. In pochi anni l'Informatica o meglio, la sua materializzazione pratica, è diventata banale al punto che anche la famosa casalinga di Voghera, storicamente refrattaria all'innovazione, è finita per essere un utente di servizi remoti spesso futili ma gratuiti. Di conseguenza la gente comune ha preso confidenza con dispositivi e procedure prima "impossibili", al punto di convincersi che qualunque eventuale difficoltà fosse da imputarsi allo strumento, alla sua inadeguatezza o persino al suo design. E il mercato che produceva strumenti per specialisti si è rapidamente convertito alla massificazione di strumenti per incompetenti esigenti. Chi non ha cambiato filosofia è sparito, o si è drasticamente ridimensionato. In sostanza essere continuamente connessi e assistiti dalla tecnologia, intesa come una fantastica black box onniscente e onnipresente, è diventata la normalità anche per tanti (ex)agnostici. Bastava solo abbattere l'ostacolo dell'interfaccia!.

Torniamo ad oggi

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Torniamo ad oggi, nel mondo in cui la tecno-evoluzione massiva è già avvenuta e prosegue a velocità crescente. La notizia che presto acquisiremo gli stessi "poteri" della scimmia cyborg del 2002, dovrebbe farci riflettere. Se semplificare l'interfaccia ci ha avvicinato così tanto alle macchine da trasformare profondamente e in pochi anni il nostro quotidiano, con effetti solo in parte compresi, cosa accadrà quando alle macchine saremo connessi con il pensiero? E quando il dialogo tra cervello e macchina diverrà bidirezionale, cosa vorrà dire "pensare"? Domande che paiono provocatorie o premature. Ma se ancora non si può dire quando Musk o chi per lui metteranno in commercio dispositivi cervello-macchina, che questo avverrà prima o poi penso che sia pacifico, visto l'interesse dell'industria, della gente e la predisposizione della ricerca scientifica.

Invece di scendere nel dettaglio tecnico, vorrei invece esporre la mia opinione in merito tramite una storiella-parabola, più diplomatica e generica, per questo penso anche più chiara. Credo infatti che in discussione non dovrebbe essere specificamente il rapporto dell'uomo con le macchine, ma ancora più in generale, il rapporto dell'uomo con l'idea di progresso. Pur essendo entusiasta per tanti stupefacenti risultati dell'intelletto umano, non sono convinto che questi ci abbiano concretamente innalzati come individui né come società, così come la scienza si proporrebbe di fare. Quindi, come potrei raccontare a mia figlia Caterina

C'era una volta

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C'era una volta in fondo ad una valle un paesello dal nome insensato. Nel piccolo paese abitava Luigi, giovanotto di belle speranze, che lavorava alla Diga, l'impianto idroelettrico che dava energia e quindi sostentamento a gran parte degli abitanti della valle. Come tutti Luigi aveva una bicicletta con cui ogni mattina saliva alla Diga insieme a tutti gli altri impiegati, appena in tempo per cominciare il suo turno. Quando suonava la sirena Luigi rimontava in sella e si godeva la discesa fino a casa, senza mai fermarsi.

Una mattina la sveglia, chissà perché, non suonò e Luigi partì in ritardo. Gli altri ormai erano tutti per strada e lui pedalava con particolare impegno per recuperare. A metà salita però era già esausto e si fermò a riprendere fiato. Seduto sotto un fico, stava a fissarlo un vecchio, che forse c'era sempre stato, ma che Luigi non aveva mai visto, perché mai si era fermato li. Dopo averlo squadrato un po' il vecchio gli disse - "Caro ragazzo, vedo che pedali con impegno, ma la tua bici è malandata!" - "Questa è quello che ho!", rispose Luigi, un po' indispettito e un po' sarcastico. Il vecchio però non si indispose, anzi aggiunse - "Nel capanno ho qualche attrezzo: intanto prendi la pompa e gonfia di più le camere d'aria. Poi in alto trovi il barattolo del grasso: portalo a casa e stasera ingrassa un po' la catena e il cambio.". Detto fatto, Luigi rimontò in sella e sentì che pedalando già faceva meno fatica. Lanciò un "Grazie!" al vecchio e riuscì a rientrare nel gruppo, tra gli ultimi. Pensò che non aveva mai dedicato molto tempo alla manutenzione della sua bici e che avrebbe seguito il consiglio di pulirla e ungerla: poi avrebbe cominciato a curarla giorno dopo giorno, mantenendola efficiente. Avrebbe chiesto consiglio anche al biciclettaio del paese, che di certo ne sapeva. Così con un po' di impegno la vecchia bici divenne agile e più facile da portare in salita e Luigi cominciava il suo lavoro più riposato.

Passava sempre veloce davanti al fico, sia quando saliva a testa bassa, che quando si lanciava nella discesa, e di occasioni per rivedere il vecchio non ce ne erano state altre. Passò un anno e una sera, chissà perché, dimenticò di fare la spesa, così al mattino dovette saltare la colazione. Con un grande buco nello stomaco si mise a pedalare, ma a metà salita un calo di zuccheri gli tolse le energie e dovette fermarsi per non cadere, mentre gli altri proseguivano. Passata la vertigine, si accorse che era fermo nuovamente al cospetto del vegliardo, anche stavolta intento a godersi lo spettacolo. "Ogni mattina vedo che vai su con lo stesso passo del giorno prima. Ogni giorno arrivi a destinazione alla stessa ora...ma non sei stufo di arrivare sempre insieme agli altri?". Luigi non ci aveva mai pensato. "Sarebbe bello partire dopo e arrivare prima, ma il mio fisico è quello che è e come vedi basta saltare la colazione e sono a terra". L'altro non sembrava ascoltarlo: "Se tu cominciassi a seguire un'alimentazione adeguata e curassi un po' il tuo allenamento, potresti superare i tuoi limiti attuali. Potresti partire dopo e arrivare primo. Toh! mangiati un bel fico intanto". Intanto che buttava giù il fico Luigi rimuginava sul consiglio del vecchio e infine decise di provare ad allenarsi e ad evitare strapazzi alimentari. Non ci volle molto che i primi risultati lo premiarono: muscoli più tonici e migliore resistenza alla fatica gli consentirono di raggiungere la Diga in tempi sempre inferiori, infrangendo ogni giorno il "record" di quello precedente, lasciando indietro tutti gli altri.

Passò un po' di tempo e nella bottega del biciclettaio fece la sua comparsa una bella bici da corsa. Una sera Luigi si fermò a guardarla in vetrina e sentì di essere cambiato: aveva imparato a rendere più efficiente il suo mezzo e aveva superato sé stesso allenandosi con disciplina. Nel frattempo aveva scoperto anche di amare la bicicletta, che ora usava per lunghe pedalate domenicali: si, aveva talento e passione! Per la prima volta si sentì sprecato come operaio di una Diga e decise che avrebbe scambiato la sua bici quella da corsa. E poi chissà...magari avrebbe provato a diventare un professionista.

Così tutto contento per la svolta che stava per dare alla propria vita, Luigi entrò nel negozio e notò appoggiata alla parete una strana bicicletta, con un cartello sopra: "pedalata assistita". Curioso, chiese informazioni e il biciclettaio, vecchia volpe, non ci mise molto a convincerlo - "...uno appassionato come te deve mantenersi al passo con i tempi! Senza contare che faresti un investimento per la qualità della tua vita. Facciamo che te la presto per una settimana e se poi non ti convince riportamela che ti troviamo una bici da corsa".

Già dalle prime pedalate Luigi rimase colpito da quella bicicletta, in apparenza normalissima, ma che gli consentiva di ottenere le stesse prestazioni del suo ferrovecchio senza richiedere alcun impegno. A differenza degli altri lui sapeva quanto costasse in termini di tempo e fatica manutenere la bicicletta e allenarsi, per questo l'apprezzava davvero. Inoltre la batteria si ricaricava con l'elettricità prodotta dalla Diga mentre lui lavorava "e non mancherà certo a me l'energia elettrica!", si diceva compiacendosi. "Massì, costa quel che costa, ma me la merito".

Terminata la settimana Luigi, non riconsiderò neppure l'ipotesi della bicicletta da corsa e così l'idea di diventare un ciclista professionista gli pareva ora una pazzia di un momento. Meno male che aveva temporeggiato! Felice e tranquillo si godeva invece la sua pedalata assistita e tutte le facilitazioni che portava.

Fu così che Luigi rimase l'operaio che era e in breve tempo i muscoli che non allenava più tornarono flosci come prima. Vera manutenzione non era più necessario farla e in ogni caso non avrebbe saputo cosa fare: quando qualcosa non andava si rifugiava nella bottega del suo amico per risolvere il problema o al limite cambiare bici. La proprietà della Diga, capito l'andazzo non ci mise molto a mettersi in affari con il biciclettaio così che anche gli altri impiegati in poco tempo si dotarono della stessa fantastica bicicletta a prezzi d'occasione. La mattina tornarono tutti ad arrivare al lavoro in gruppo, come ai vecchi tempi. Luigi tra essi, uno dei tanti. Non gli capitò più di fermarsi dal vecchio che pure sotto la pianta di fico lo vedeva passare, grigio ma veloce, ogni mattina. "Peccato," - gli capitava di pensare - "stava per diventare un buon ciclista quel ragazzo!".

Qualche parola ancora

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Chiarisco i ruoli dei personaggi della favola e dunque la mia opinione: Luigi è l'Uomo con la sua necessità di vivere, i propri tormenti quotidiani, le ambizioni e i limiti. La Diga è l'economia, che in parte sfrutta e in parte concede. Il vecchio è la scienza, che osserva l'uomo per trarne qualcosa di migliore. Il biciclettaio è la tecnologia, che segue sia le necessità dell'uomo che il consiglio dell'economia, mettendo in pratica le teorie della scienza. La bicicletta è il prodotto, sia mezzo che fine. L'allenamento e la manutenzione che Luigi decide di applicare a sé stesso e alla bicicletta, sono il risultato positivo della scienza, la quale lo osserva e gli dimostra che la conoscenza, l'esperienza e il rigore consentono di rendere più efficienti i propri mezzi e superare i limiti che sembravano impossibili. A quel punto la storia e il suo protagonista sono ad un bivio: completare la trasformazione e cambiare vita investendo in sé stessi, oppure capitalizzare i risultati ottenuti in una soluzione definitiva e comoda. Il salto di qualità, atteso dalla scienza, non avviene perché la tecnologia e l'economia confondono il protagonista proponendogli un progresso che pare non includere un prezzo personale da pagare. La spirale virtuosa fatta di impegno-sacrificio-risultati in cui Luigi era entrato, si interrompe li. Ogni vantaggio prima ottenuto tramite un cambiamento, ora è incluso nel prezzo di un mezzo oggettivamente performante, quindi non richiede più alcuno sforzo per essere ottenuto se non quello di pagare al fornitore. Ma vi sono dei prezzi occulti: perdere le competenze acquisite, divenire dipendente e in ultimo rinunciare alla sfida di evolversi ulteriormente. Inoltre Luigi allenato con il suo ferrovecchio era "speciale" mentre Luigi con la sua bici a pedalata assistita viaggia veloce ma è anonimo, circondato da individui che come lui hanno ottenuto gli stessi vantaggi senza comprenderli.

L'obiettivo di questo documento non è quello di puntare il dito su qualcuno o qualcosa, quanto far riflettere sull'idea di progresso. Non è sempre ovvio capire quale è davvero un passo in avanti e, se vogliamo rimanere umani nonostante il progresso, dovremmo continuare ad essere critici. In particolare dovremmo riconsiderare l'assioma comodo=migliore che il tecno-consumismo propone, contestualizzandolo e rifiutando l'eccesso di semplificazioni che castrano lo sviluppo di capacità personali, qualunque esse siano. Ne va dell'idea stessa di individuo che, in un mondo iperconnesso, presto anche a livello mentale e sensoriale, rischia di perdere valore e dissolversi nel cloud.

Approfondimenti

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Mi sento di consigliare due libri che trattano il tema dell'identità e dell'evoluzione dell'uomo, su cui mi sono di recente imbattuto e che ho trovato stimolanti.

Homo deus [2] è un saggio del 2016 dello storico Yuval Noah Harari che in modo a volte schietto e in altre un po' pretestuoso cerca di unire le mille sfaccettature dell'ambizione umana, dall'antichità fino al futuro prossimo e remoto. Gli scenari futuri che traccia, per quanto inquietanti, lo diventano ancora di più nel momento in cui l'autore mostra come siano in realtà solo la naturale evoluzione del modo in cui l'uomo intende il mondo e se stesso, da sempre.

Il Gesto di Ettore è un saggio psicologico [3] che solo in apparenza parla della figura paterna dalla preistoria ad oggi. In realtà dimostra come l'archetipo di Padre sia stata probabilmente la più grande invenzione dell'uomo e quella che più l'ha condizionato.


Bibliografia

[1] Instant neural control of a movement signal, 2002, Mijail D. Serruya, Nicholas G. Hatsopoulos, Liam Paninski, Matthew R. Fellows & John P. Donoghue
[2] Homo deus. Breve storia del futuro, Yuval Noah Harari, ISBN 978-8845292798
[3] Il gesto di Ettore, Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Luigi Zoja, ISBN 8833927172


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